Mentre il mondo si abitua all’idea che le costellazioni satellitari siano diventate armi strategiche oltre che infrastrutture, la Russia ha deciso di non restare più a guardare. L’azienda aerospaziale Bureau 1440 ha messo in orbita terrestre bassa i primi 16 satelliti del progetto Rassvet, segnando il passaggio ufficiale dalla fase sperimentale alla costruzione di un servizio di comunicazioni globale a banda larga. È ancora lontanissima dai quasi 10.000 satelliti di Starlink, ma il segnale è chiaro: Mosca vuole la sua rete sovrana, indipendente e soprattutto non controllabile da Elon Musk.
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In geopolitica vale una regola semplice: quando uno Stato sceglie da dove lanciare un satellite, sta dicendo molto più di quanto sembri. E quando l’Algeria decide di mettere in orbita il suo nuovo satellite militare Alsat-3A partendo da una base nel deserto cinese di Jiuquan, il messaggio diventa piuttosto chiaro anche senza bisogno di decodifica satellitare. Da questo punto di vista, il lancio del 15 gennaio scorso non è stato solo un successo tecnico. È stato soprattutto un segnale politico. Un segnale rivolto a Parigi, a Bruxelles, a Washington e, soprattutto, al resto dell’Africa e del Mediterraneo.
C’era un tempo in cui guardare il cielo notturno serviva per cercare le stelle cadenti. Oggi, più realisticamente, serve per schivare mentalmente i satelliti. E se pensavate che il traffico in tangenziale fosse un problema terrestre, sappiate che l’orbita bassa sta diventando il nuovo raccordo anulare del pianeta. L’ultima a dare una bella accelerata è la Cina, che ha appena segnalato all’Onu l’intenzione di lanciare oltre 200.000 satelliti per internet. Sì, avete letto bene: duecentomila. Un numero che rischia di far sembrare l’attuale Starlink di Elon Musk quasi un progetto artigianale.
Quando si parla di internet satellitare di solito l’immaginario corre a razzi riutilizzabili, imprenditori visionari e tweet notturni. Il Brasile invece ha scelto una traiettoria diversa, più silenziosa ma non meno carica di significati geopolitici. Dal 2026 la connessione satellitare nelle aree più remote del Paese arriverà grazie a una società cinese, SpaceSail, in partnership con la compagnia statale Telebras. Una decisione che tecnicamente punta a ridurre il digital divide, politicamente apre un nuovo capitolo nei rapporti tra America Latina, Cina e Stati Uniti e strategicamente manda un messaggio piuttosto chiaro anche a Washington.
Pochi luoghi al mondo raccontano storie di audacia imprenditoriale con la stessa intensità dell’India. È un paese che sta emergendo come una delle principali forze globali nell’economia moderna, con innovatori capaci di trasformare sogni apparentemente impossibili in realtà concrete. Questa è la storia di Awais Ahmed, un visionario di soli 27 anni, il cui nome è ormai sinonimo di avanguardia tecnologica nello spazio commerciale. La sua startup, Pixxel, sta ridefinendo il ruolo dell’India nel settore spaziale, portando il paese a competere su scala globale con giganti internazionali.
Pixxel, con sede a Bangalore, è specializzata nella tecnologia di imaging satellitare iper-avanzata, progettata per monitorare e migliorare il nostro pianeta in modi mai immaginati prima. Con il sostegno finanziario di colossi come Google e Lightspeed Venture Partners, Ahmed ha costruito qualcosa che non è semplicemente una startup, ma una dichiarazione di intenti: l’India non è solo uno spettatore nel settore spaziale, è una protagonista.