Demis Hassabis incarna una contraddizione che definisce l’intera epoca dell’intelligenza artificiale: dedicare la propria vita a costruire una tecnologia che potrebbe, almeno in teoria, mettere fine a tutto il resto. Non è un paradosso letterario, ma la sintesi più onesta del pensiero di uno degli architetti dell’AI contemporanea. Fondatore di DeepMind e oggi figura centrale nell’universo Google, Hassabis non è il classico imprenditore della Silicon Valley travestito da scienziato. Il suo profilo mescola neuroscienze, informatica, filosofia e una certa ossessione per i sistemi complessi. Una combinazione che lo porta a vedere l’intelligenza artificiale non solo come un prodotto, ma come un evento storico, forse persino evolutivo.
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L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una divinità laica: onnipresente, inevitabile, benevola e possibilmente in abbonamento mensile. Karen Hao, giornalista investigativa ed ex firma del Wall Street Journal, ha deciso di rovinare la festa. Con il libro “Empire of AI: Dreams and Nightmares in Sam Altman’s OpenAI”, smonta con precisione chirurgica la narrazione eroica costruita attorno ai giganti della Silicon Valley.
Fei-Fei Li ha trasformato il suo impegno scientifico in una visione etica e filosofica dell’intelligenza artificiale che continua a influenzare ricercatori, policy maker e imprenditori di tutto il mondo. Sino-americana, professoressa di informatica a Stanford e fondatrice dell’Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, Li sostiene da quasi un decennio che l’AI non debba mai perdere di vista la sua natura profondamente umana: ispirata dagli esseri umani, creata da loro e destinata ad agire su di loro.
Il premio Nobel per l’Economia 2025 Philippe Aghion non ha dubbi: la distruzione creativa e l’intelligenza artificiale possono davvero generare una crescita sostenuta, inclusiva e diffusa, ma solo a patto che entrino in campo politiche pubbliche intelligenti e calibrate. Lo ha affermato con chiarezza durante il suo intervento al 25° Forum Confcommercio di Roma, dove il professore del Collège de France e della London School of Economics ha portato sul palco gli studi empirici più recenti. Secondo le analisi citate, nel prossimo decennio l’AI potrebbe spingere la produttività aggregata in un range che va da un modesto 0,07 punti percentuali annui fino a un robusto 1,24 punti percentuali all’anno, a seconda di quanto efficacemente si gestiscano concorrenza, regolamentazione e formazione.
Dalla sfida ai petrodollari alle infrastrutture finanziarie alternative, passo dopo passo Pechino sta costruendo un sistema monetario parallelo destinato a ridisegnare gli equilibri globali
Serie: Atlante dell’AI globale
Un cambio di valuta può sembrare un dettaglio tecnico, quasi noioso quanto leggere il foglio illustrativo di un medicinale. Eppure, quando a cambiare è l’unità di misura degli scambi globali, la questione smette rapidamente di essere contabile e diventa geopolitica. La Cina lo sa bene e sta giocando una partita lenta, metodica e decisamente ambiziosa: ridurre il dominio del dollaro e spingere lo yuan verso un ruolo centrale nel sistema finanziario internazionale.
Non si tratta di un assalto frontale, ma di una strategia a più livelli, costruita su commercio, tecnologia, energia e infrastrutture finanziarie. Il messaggio è chiaro: se non puoi riscrivere le regole, prova almeno a cambiare il tavolo da gioco.
L’intervento di Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera di oggi non è uno di quei contributi che si leggono distrattamente tra un caffè al Bar dei Daini e una notifica sul telefono. È, piuttosto, un promemoria piuttosto severo, ma ed estremamente lucido, su dove si sta giocando davvero la partita globale: energia, capacità di calcolo e innovazione tecnologica.
Reichlin non indulge in facili slogan. Il suo punto è netto: l’energia non è più solo una questione industriale o ambientale, ma un’infrastruttura strategica che definisce i rapporti di forza tra le grandi potenze. E qui l’Europa, con la sua ben nota passione per la regolazione e un po’ meno per l’azione coordinata, rischia di restare spettatrice.
L’intelligenza artificiale distruggerà posti di lavoro oppure li moltiplicherà? Nel dibattito globale, spesso dominato da toni apocalittici, interviene Jon McNeill, fondatore e CEO di DVx Ventures e figura di rilievo nel settore tecnologico e dell’automotive per aver ricoperto ruoli chiave in aziende di portata globale, con una posizione che suona quasi controcorrente: l’AI non ridurrà il lavoro umano, lo renderà più complesso, più richiesto e, soprattutto, meno banale.
L’intervento di Larry Fink al Corriere della Sera, raccolto da Federico Fubini, è uno di quei casi in cui la finanza globale prova a raccontare il futuro senza usare troppi giri di parole. Il risultato è una visione lucida, a tratti ottimista, ma con un sottotesto chiaro: chi resta fermo, nel mondo che si sta delineando, rischia seriamente di essere tagliato fuori. E se c’è un filo rosso che attraversa tutta l’intervista, quello è l’intelligenza artificiale. Non come moda passeggera, ma come infrastruttura invisibile della nuova economia.
Se c’è una persona che può permettersi di guardare la Silicon Valley negli occhi e dirle che il re è nudo, quella è Kara Swisher. Non perché ami provocare, ma perché c’era quando il re si stava ancora vestendo. Dai modem gracchianti degli anni Novanta fino ai data center che oggi divorano energia per addestrare modelli di intelligenza artificiale, Swisher ha visto tutto. E soprattutto ha preso appunti.
Dalla Digital Silk Road di Pechino al Piano Mattei di Roma, il continente africano diventa il banco di prova della nuova geopolitica dei dati, dell’energia e dell’intelligenza artificiale
Serie: Atlante dell’AI globale
L’Africa non è più il “mercato emergente” da evocare nei panel di Davos quando serve una nota di ottimismo. È invece il laboratorio dove si stanno testando, spesso prima che altrove, i nuovi equilibri tra demografia, tecnologia, crescita economica e potere geopolitico. E mentre l’Occidente è impegnato a regolamentare l’intelligenza artificiale prima ancora di averla scalata davvero, il continente africano la sta adottando in modo pragmatico, rapido e, soprattutto, conveniente. I numeri aiutano a inquadrare il contesto. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia africana raggiungerà i 3,32 trilioni di dollari nel 2026.
C’è qualcosa di vagamente anacronistico e proprio per questo interessante nel fatto che Satya Nadella, CEO di Microsoft, abbia deciso di tornare a scrivere un blog personale. In un’epoca di keynote iper-prodotti, annunci coreografici e dichiarazioni affidate a post da social network, Nadella sceglie la forma più antica del web per spiegare dove vuole portare l’azienda e, soprattutto, dove pensa stia andando l’intelligenza artificiale. Non è un dettaglio di stile, è già una dichiarazione di intenti.
Immaginate un mondo in cui il nostro computer non solo esegue i comandi, ma li anticipa, li migliora e, alla fine, li rende superflui. È questa la visione che Eric Schmidt, l’ex CEO di Google che ha trasformato un motore di ricerca in un impero tecnologico, sta dipingendo con un misto di entusiasmo e sottile apprensione.

C’è un momento preciso in cui la tecnologia smette di essere un semplice strumento e diventa un’estensione del nostro pensiero. Microsoft, con l’ultimo aggiornamento di Copilot Vision per Windows Insiders, ha appena varcato quella soglia. La narrazione ufficiale è elegante: un assistente intelligente che finalmente “vede” tutto ciò che c’è sullo schermo, non più limitato a due app contemporaneamente, ma capace di analizzare l’intero desktop o qualsiasi finestra di un browser o di un’app. La traduzione reale è meno poetica: stiamo iniziando a dare in pasto il nostro ambiente digitale completo a un’intelligenza artificiale che impara osservandoci. Sembra banale, ma non lo è affatto.