Se c’è una cosa che Elon Musk sa fare oltre a creare polemiche e a perdere tempo su X fingendo di essere un meme umano è annusare dove tira il vento. E in questo momento, il vento soffia dritto da Pechino, profuma di yuan, ma anche di controllo governativo stile Panopticon 3.0. La notizia che Tesla abbia deciso di affidarsi solo a sistemi di visione tramite telecamere per il suo sviluppo dell’autonomia in Cina, lasciando fuori i sensori lidar, è molto più di una semplice scelta tecnica: è una mossa politica, strategica, ideologica. E non è un’esagerazione chiedersi se Elon abbia simbolicamente preso la tessera del Partito Comunista Cinese, magari insieme a un aggiornamento software.

Nel post pubblicato su Weibo e già qui capiamo che la comunicazione è fatta per Pechino, non per Palo Alto Tesla ha dichiarato che continuerà ad “aderire a soluzioni basate su elaborazione visiva” per raggiungere una guida intelligente più sicura in vari scenari. Il messaggio, tradotto in linguaggio corporativo de-occidentalizzato, suona così: “Lo sappiamo che non volete sensori laser americani nei vostri dati, quindi ci adattiamo. Siamo bravi, fedeli e compliant. Fateci lavorare.”

Per capirla bene, va ricordato che Tesla in Cina è un’entità delicatissima. Produce localmente a Shanghai, ha clienti in un mercato che rappresenta più del 30% del suo fatturato globale, ma allo stesso tempo deve navigare in un ambiente dove le autorità non solo non approvano ancora il Full Self-Driving (FSD), ma dove i dati dei veicoli sono soggetti a leggi di sicurezza nazionale così stringenti da far sembrare il GDPR un opuscolo di buone maniere. Musk questo lo sa, e come ogni buon capitalista fluido, sa che per sopravvivere in un regime autoritario non devi solo obbedire: devi sembrare convinto.

E quindi ecco la mossa: via i lidar, che sono costosi, complicati e soprattutto superflui secondo la narrativa di Tesla. Meglio puntare tutto sulle telecamere, anche perché sono più facili da controllare a livello software, si prestano meglio a un’eventuale localizzazione dei dati e, dettaglio non irrilevante, sono coerenti con la filosofia del Tesla Vision, il sistema che l’azienda ha già adottato in Occidente, dove però l’assenza del lidar è stata spesso criticata da analisti e concorrenti.

In realtà, dietro la retorica dell’”alta tecnologia che non ha bisogno di sensori costosi”, c’è un’operazione ben più pragmatica: normalizzazione. Tesla cerca l’approvazione di Pechino per l’FSD in Cina e per farlo deve mostrarsi culturalmente allineata, tecnicamente inoffensiva e politicamente servizievole. È una strategia che hanno adottato anche altre Big Tech americane prima di lei, con risultati altalenanti: Google ha fallito, Apple sopravvive grazie alla sua abilità camaleontica, Musk ci prova con il suo stile da genio eccentrico, convinto che la sua aura possa sedurre anche il Comitato Centrale.

Nel frattempo, i concorrenti cinesi – come Huawei, Baidu e Xpeng – sviluppano le loro tecnologie di guida autonoma con lidar, radar, AI proprietarie e un ecosistema perfettamente integrato e “patriottico”. In questo contesto, Tesla sembra voler giocare una partita diversa, dichiarando implicitamente: “Noi non vogliamo spiare, vogliamo solo vendere auto fighe”. Ma in Cina, dove l’apparenza è sostanza e ogni bit è geopolitica, questa affermazione non basta. Bisogna mostrarlo, nei chip, nei cavi, nei sensori. O nell’assenza di essi.

Se la mossa pagherà? Dipende da quanto Musk è disposto a piegarsi. Il Partito non fa sconti, ma apprezza chi si adegua senza fiatare. E Tesla, per ora, si sta comportando come uno studente modello del socialismo digitale con caratteristiche cinesi.