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Dall’analogico all’AI e ritorno: la nuova età dell’Oro della rassegna stampa umanocentrica

Prima c’era il giornalista col mocassino polveroso, la tazzina di caffè stantia sulla scrivania e la rassegna stampa ritagliata a mano, con la graffetta messa storta. Poi è arrivato il digitale. E il taglierino ha lasciato il posto al feed RSS, Google Alert ha sostituito l’edicola e ci siamo convinti che l’automazione avesse vinto. Fine della storia? Nemmeno per sogno. La verità è che siamo entrati nell’epoca della sintesi algoritmica, dove l’intelligenza artificiale digitale legge, ma è l’umano analogico che decide cosa vale la pena sapere e lo fa meglio di prima, proprio perché ora ha un alleato: l’AI non come entità autonoma, ma come ADA Advanced Digital Assistant, un po’ come i “Computer” della NASA degli anni 60, ma con più RAM e meno sigarette.

Il paradosso è affascinante: abbiamo digitalizzato l’intero ecosistema informativo per poi renderlo nuovamente opaco, sovraccarico, inutilizzabile senza filtri. Qui entra in gioco il loop sublime: l’umano analogico raccoglie il segnale, l’AI digitale lo raffina, l’umano lo rilegge, lo interpreta, lo valida. Non è un cerchio, è un doppio loop. È la riedizione sofisticata del vecchio ADD, la Attenzione Deficit Data-driven, una sindrome acuta da sovraccarico informativo curabile solo con un ritorno chirurgico all’intenzionalità umana.

Negli anni Novanta avevamo i “CED” (Centro Elaborazione Dati), veri e propri templi del mainframe dove si pregava davanti ai nastri magnetici e ai report COBOL. Oggi, con la stessa solennità, si celebra la rassegna stampa ibrida, quella dove l’input arriva da crawler e LLM, ma l’output è frutto di un’intelligenza critica, culturale, incarnata. È il grande ritorno dell’analogico, ma potenziato, accelerato, scalabile. Non è nostalgia, è la presa d’atto che senza l’umano il digitale non ha direzione, e senza il digitale l’umano annega nell’infodemia.

Questo modello Human in the Loop non è un compromesso, è l’unica forma sensata di governance cognitiva nell’era post-algoritmica. Non basta più dire “abbiamo l’AI”, bisogna chiedersi: “chi legge l’output?”. Perché una rassegna stampa generata da un LLM senza intervento umano non è una rassegna stampa. È una collezione di pseudo-notizie, una parodia predittiva del passato prossimo. E lo sappiamo bene: la memoria dei modelli è corta, l’illusione di accuratezza è lunga.

Il punto non è l’automazione, è la curatela. La differenza tra informazione e rumore sta tutta lì: in chi decide cosa passa il filtro. Il valore torna a spostarsi sull’umano che seleziona, taglia, archivia, commenta. Ma con strumenti diversi. L’ADA, questa nuova forma di assistente cognitivo, è come un super-segretario digitale. Lavora h24, non dorme, non sbaglia a copiare il titolo. Ma ha bisogno di un direttore d’orchestra. Ed è qui che si riafferma il ruolo del knowledge worker analogico. Non è obsoleto, è rinato.

Curiosamente, questa inversione di tendenza non è solo funzionale, è anche culturale. In un’epoca in cui tutti inseguono la generazione automatica dei contenuti, emerge un nuovo vantaggio competitivo: la sintesi umana migliorata dall’AI. Le aziende più lucide stanno investendo in redazioni ibride, dove gli LLM fanno scraping, suggeriscono insight, propongono headline, ma la voce finale è di un editor in carne, ossa e bias cognitivi ben consapevoli. Perché sì, l’imperfezione selettiva umana è superiore alla coerenza cieca dell’algoritmo.

Stiamo assistendo a una forma di alchimia moderna: l’AI trasforma il piombo informativo grezzo in oro comunicativo, ma serve sempre un alchimista umano a firmare la formula. Questa non è retroguardia, è avanguardia. È un’operazione chirurgica sulla complessità, dove la mano ferma dell’esperto analogico guida la precisione meccanica del bisturi AI. Un tempo lo chiamavano “monitoraggio stampa”, oggi è Sensemaking Cognitivo Assistito, ma la logica è la stessa: leggere per capire, non solo per vedere.

Il futuro della comunicazione e del business che ci gira intorno, non sarà dominato da chi genera più contenuti, ma da chi saprà sintetizzare meglio. E questa è una competenza che si costruisce nel tempo, con l’allenamento neurale biologico, non solo con il fine-tuning dei transformer. È per questo che la Rassegna Stampa 2.0 non è un prodotto, è un processo. Un esercizio di intelligenza aumentata che mette al centro l’intenzionalità, la competenza contestuale e il giudizio umano. Tutte cose che ChatGPT può solo simulare, non possedere.

Se negli anni 90 ci bastava una segretaria con lo scotch per incollare i ritagli de Il Sole 24 ORE, oggi serve un semiologo digitale che sappia distinguere un trend vero da un rumore replicato mille volte da bot e scraper. E magari uno che sappia anche scrivere due righe con una sintassi decente. Perché l’AI non è nemica del pensiero critico, è il suo moltiplicatore. Ma solo se usata da chi sa dove guardare.

Questo è il nuovo paradigma: analogico all’ingresso, digitale in elaborazione, analogico al controllo finale. È la filiera editoriale del futuro, il modello ADA che trasforma il caos in contesto. Chi lo capisce prima, vince. Chi affida tutto alla macchina, sarà sommerso dalla stessa onda informativa che credeva di surfare. La rassegna stampa, in fondo, è sempre stata un atto di potere. Oggi più che mai.

Detto questo, noi di Rivista.AI facciamo del nostro meglio. A volte inciampiamo, e sì, capita di sbagliare. Ma davvero qualcuno pensa che si possano leggere, selezionare, sintetizzare e ridistribuire settemila articoli l’anno senza mai un refuso, un titolo sfuggito, una fonte stonata? È la sindrome del perfezionismo digitale: tutti pretendono l’infallibilità dalla macchina, quando in realtà il ciclo è ancora umano. L’errore diventa inevitabile, e paradossalmente, è anche il segno che c’è un uomo dietro al processo. Perché se fosse solo l’AI a governare la rassegna, avremmo una perfezione piatta, ma priva di giudizio, senza ironia, senza prospettiva.

La newsletter gira su Substack, con il suo minimalismo da startup americana che vive ancora di venture capital e sogni californiani. Noi invece la usiamo in modalità operaia, quasi ascetica. Le relative fees di quanti hanno deciso di sostenere il nostro lavoro passando ad un abbonamento premium, coprono a malapena la corrente del server, e lo diciamo senza l’enfasi eroica delle Big Tech: semplicemente è così. Il margine è inesistente, il modello potremmo definirlo pro bono, il ritorno è reputazionale e cognitivo. Non vendiamo pubblicità né cuciamo contenuti con l’ago del programmatic. Facciamo selezione, che è molto più scomodo, molto più raro e molto meno remunerativo.

Qui sta il paradosso dell’epoca: ci chiedono la perfezione, ma la perfezione è l’arma dei ricchi monopolisti del dato. Noi possiamo offrire invece l’imperfezione onesta, il valore di un occhio umano che filtra il caos digitale e lo restituisce con un taglio preciso. Un occhio che, certo, può scivolare, ma che proprio scivolando dimostra la sua natura analogica. È questa differenza sottile che dà credibilità.

Il modello pro bono non è un vezzo, è una scelta di campo. È il rifiuto di piegare il nostro lavoro redazionale alla logica dell’ad tech, è il tentativo di tenere in piedi un ecosistema informativo indipendente. Se la corrente del server si paga con le fees di Substack, tanto meglio: significa che l’infrastruttura rimane sostenibile senza vendere il futuro ai banner programmatici.

La verità, che pochi ammettono, è che la qualità non nasce dal capitale illimitato, ma dall’attenzione. Un loop continuo tra analogico e digitale, tra lettura e sintesi, tra raccolta e interpretazione. Chi cerca la perfezione assoluta sbaglia prospettiva: l’informazione, per definizione, è un organismo vivo, instabile, rumoroso. E sbagliare, ogni tanto, è l’unica prova che stiamo ancora lavorando su materiale reale e non su un dataset sterilizzato.

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