Lo smartphone sta diventando il terminale di un sistema nel quale non tutte le connessioni saranno avviate da una persona. Una parte crescente del traffico potrebbe essere generata da software capaci di agire per conto dell’utente, interrogare servizi esterni, trasferire informazioni e completare operazioni senza richiedere un intervento umano a ogni passaggio. Il prossimo grande cliente delle reti mobili, in altre parole, potrebbe non avere un volto, ma un’identità digitale e un flusso di richieste da soddisfare.
È questa la prospettiva delineata da Ericsson ConsumerLab nel rapporto An agentic life: how consumer AI usage is shaping future network needs, basato su oltre 43.000 intervistati in 27 mercati. Secondo la ricerca, entro il 2030 il 38% degli utenti di smartphone a livello globale prevede di utilizzare applicazioni di intelligenza artificiale agentica, contro circa il 4% che dichiara di utilizzarle già oggi. In Italia, la previsione è altrettanto significativa: la quota dovrebbe passare dal 3% al 25%. Non si tratta di una semplice crescita nell’uso dei chatbot. Il cambiamento riguarda il modo in cui le persone impartiscono istruzioni ai sistemi digitali e, soprattutto, il grado di autonomia che sono disposte ad affidare loro.
Un chatbot risponde a una domanda; un agente può ricevere un obiettivo, individuare le operazioni necessarie e tentare di portarle a termine attraverso strumenti e servizi collegati. Cercare un viaggio, confrontare le condizioni di acquisto, verificare una disponibilità e procedere con una prenotazione diventano passaggi di un unico processo, anziché attività separate affidate all’utente. Quando questo modello si diffonde, cambia anche la relazione tra consumatore, applicazione e infrastruttura di rete. La connessione smette di essere soltanto il canale attraverso il quale una persona consulta un servizio e diventa una componente operativa di un processo automatizzato.
Il dato italiano merita attenzione proprio perché parte da una base relativamente contenuta. Ericsson stima che la percentuale di utenti che utilizzano quotidianamente l’AI possa salire dal 38% attuale al 56% entro il 2030. Gli utenti più intensivi, definiti dal rapporto AI super user, potrebbero passare dal 5% al 19% della popolazione considerata. A livello globale, questa categoria rappresenterebbe invece il 30% degli utenti di smartphone entro la fine del decennio e potrebbe generare oltre l’80% dell’attività associata all’intelligenza artificiale. Sono previsioni, non risultati acquisiti, ma indicano una possibile concentrazione della domanda: una minoranza di utilizzatori particolarmente attivi potrebbe determinare una quota sproporzionata del carico tecnologico.
Entro il 2030, un utente appartenente a questa categoria potrebbe interagire attivamente con l’AI per almeno cinque ore e mezza al giorno, utilizzare cinque o più applicazioni dedicate e svolgere almeno sessanta attività quotidiane supportate dall’intelligenza artificiale. Il modello comprende anche l’impiego di più dispositivi, con smartphone, occhiali intelligenti e altri terminali che diventano punti di accesso a un ambiente digitale sempre più continuo. Non è necessario che ogni consumatore raggiunga questi livelli perché il sistema cambi. È sufficiente che un segmento relativamente piccolo utilizzi agenti capaci di generare richieste frequenti e concatenare operazioni su più piattaforme.
La conseguenza più interessante riguarda il traffico uplink, cioè i dati che viaggiano dal dispositivo verso la rete. L’architettura delle telecomunicazioni mobili è stata ottimizzata soprattutto per il download: video in streaming, pagine web, musica e contenuti ricevuti dall’utente. L’AI multimodale modifica questo equilibrio, perché per interpretare una situazione deve spesso ricevere fotografie, registrazioni vocali, video o altri materiali prodotti dal dispositivo. Un agente che opera in background può inoltre effettuare richieste successive, verificare risposte e aggiornare lo stato di un’attività. La quantità di dati trasferiti non dipenderà più soltanto dal tempo trascorso davanti allo schermo, ma anche dal numero di processi che continuano a lavorare quando lo schermo è spento.
Il rapporto Ericsson Mobility Report di giugno 2026 quantifica questo possibile cambiamento attraverso diversi scenari. Nelle aree urbane considerate dal modello, l’adozione intermedia di applicazioni basate sull’AI potrebbe portare il traffico uplink a un livello triplo nel 2031 rispetto al 2025; nello scenario di adozione più elevata, l’incremento potrebbe raggiungere cinque volte il valore iniziale. Sono proiezioni modellistiche, non previsioni certe per ogni rete nazionale. Il rapporto segnala inoltre che, già oggi, la crescita del traffico in upload supera quella del download presso numerosi operatori osservati. Ericsson+1
Per le telco, questo significa rivedere le priorità d’investimento: aumentare la capacità complessiva non sarà sufficiente se la rete continuerà a presentare colli di bottiglia proprio nella direzione necessaria alle applicazioni intelligenti.
Anche la latenza assume un significato commerciale diverso. Ericsson rileva che, per gli utenti più intensivi di AI, il tempo di risposta influenza la soddisfazione relativa alla rete 2,5 volte più che per gli utenti medi. Ericsson
Il dato suggerisce una possibile segmentazione del mercato, nella quale la connettività non viene più venduta soltanto sulla base dei gigabyte disponibili o della velocità massima teorica, ma anche in funzione della qualità dell’esperienza offerta a un’applicazione. Il 5G Standalone e il network slicing, che consente di riservare caratteristiche specifiche della rete a determinati servizi, possono diventare strumenti di differenziazione commerciale. Il passaggio, tuttavia, richiede applicazioni disposte a pagare per prestazioni garantite e operatori capaci di dimostrare che tali prestazioni producono un vantaggio misurabile. La tecnologia, da sola, non crea un modello di ricavo.
Resta poi la questione della fiducia, che nel mondo agentico diventa un problema di sicurezza economica prima ancora che di reputazione. Un assistente compromesso potrebbe agire in nome di una persona, accedere a servizi collegati o avviare operazioni che l’utente non intendeva autorizzare. Secondo Ericsson ConsumerLab, oltre la metà degli utenti globali che utilizzano quotidianamente l’AI manifesta forti preoccupazioni per assistenti falsi o violati; in Italia la percentuale indicata è del 45%. La ricerca individua negli operatori di telecomunicazioni il soggetto più affidabile, tra quelli considerati, per verificare l’identità degli assistenti AI. Ericsson+1
Questa fiducia potenziale non autorizza però a trasformare automaticamente le telco in garanti universali dell’identità digitale. La verifica dell’identità di un agente è soltanto uno dei livelli di protezione: restano da stabilire chi gli abbia conferito i permessi, quali dati possa utilizzare, entro quali limiti possa spendere denaro e come sia possibile ricostruire le decisioni prese. L’infrastruttura di rete potrebbe contribuire all’autenticazione e alla protezione delle comunicazioni, ma la responsabilità dell’agente richiede standard condivisi tra sviluppatori, piattaforme, fornitori di servizi e operatori. Senza queste regole, l’autonomia rischia di diventare un nuovo punto d’ingresso per frodi e abusi.
Per le imprese di telecomunicazioni, la ricerca Ericsson apre quindi una prospettiva industriale concreta. Il traffico generato dagli agenti AI potrebbe sostenere la domanda di capacità e servizi di rete più evoluti, ma non garantisce automaticamente maggiori ricavi per gli operatori. Se l’intelligenza viene erogata da piattaforme esterne e la connettività rimane una commodity, il valore economico potrebbe continuare a concentrarsi presso chi controlla i modelli, i dati e l’interfaccia con il cliente. La sfida strategica consiste nel trasformare la qualità della rete in un servizio differenziato, senza confondere la crescita dei volumi con la crescita dei margini.
Il report di Ericsson offre una fotografia utile di questa transizione, ma le percentuali relative al 2030 devono essere lette per quello che sono: aspettative dichiarate dai consumatori, non una misura certa dell’adozione futura. La distanza tra intenzione e utilizzo effettivo dipenderà dalla qualità degli agenti, dalla loro affidabilità e dalla disponibilità degli utenti a delegare decisioni reali. Il punto, per chi guida un’impresa tecnologica, è già chiaro: la prossima evoluzione delle reti mobili non sarà determinata soltanto da quante persone si connettono, ma da quante operazioni autonome la rete dovrà sostenere per ciascuna di esse.
Il rapporto originale è disponibile sul sito ufficiale di Ericsson ConsumerLab: An agentic life: how consumer AI usage is shaping future network needs. Per le proiezioni sul traffico mobile, la fonte complementare è l’Ericsson Mobility Report, giugno 2026.