La domanda che attraversa la storia della filosofia, ritorna nella letteratura e oggi assume una nuova urgenza con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale: quanto possiamo davvero comprendere un essere diverso da noi? Non semplicemente tradurne le parole, ma riconoscerne il pensiero, interpretarne le intenzioni e accettare che la sua visione del mondo possa essere radicalmente distante dalla nostra, è attorno a questo interrogativo che si sviluppa INTERSPECIE, il libro di Alessandro Fusacchia, pubblicato da Tlon il 23 settembre 2026. Un’opera che sceglie di affrontare il problema della comunicazione oltre i confini della specie umana, facendo dialogare letteratura, filosofia, storia e tecnologia.

Il punto di partenza è un’ambizione antica: costruire un traduttore universale. Un dispositivo, reale o immaginario, capace di abbattere le barriere linguistiche e rendere possibile la comunicazione tra esseri umani, animali, macchine e persino forme di intelligenza extraterrestre. L’idea sembra appartenere alla fantascienza, ma oggi ha una consistenza tecnologica molto concreta. I modelli linguistici di grandi dimensioni hanno dimostrato che le macchine possono individuare strutture semantiche, riconoscere relazioni tra concetti e produrre interpretazioni linguistiche senza comprendere necessariamente il mondo nello stesso modo in cui lo comprende una persona è proprio in questa distanza tra capacità di elaborazione e comprensione che il libro trova una delle sue questioni più interessanti.

Fusacchia costruisce il racconto attraverso una struttura polifonica che attraversa sei epoche, il riferimento a San Francesco e al lupo introduce una delle immagini più potenti della tradizione culturale occidentale: l’incontro tra l’uomo e un animale che, nella narrazione religiosa, diventa interlocutore. Non è soltanto un episodio di riconciliazione tra natura e comunità umana è anche una rappresentazione simbolica del tentativo di riconoscere nell’altro una soggettività che non coincide con la nostra. Il lupo non diventa umano per poter essere ascoltato èl’essere umano che deve modificare il proprio modo di guardare il mondo.

Questa intuizione assume un significato ancora più interessante quando la narrazione si sposta nel Seicento. Quattro secoli dopo Francesco, Papa Urbano VIII vuole riprodurre quel risultato, trasformando un’esperienza apparentemente miracolosa in un problema da risolvere. La distanza tra i due personaggi non è soltanto temporale. Francesco cerca un incontro con ciò che non conosce; il pontefice sembra invece interessato alla possibilità di appropriarsi del linguaggio dell’altro, è una distinzione che attraversa anche la storia della tecnologia contemporanea: comprendere un sistema significa poter dialogare con esso oppure significa acquisire la capacità di prevederne e controllarne il comportamento?

Nel presente narrativo compare Nina, una giovane donna di Greccio capace di comprendere tutte le lingue umane, il suo talento introduce un elemento apparentemente fantastico, ma porta con sé una questione profondamente concreta. La comprensione totale, se fosse possibile, rappresenterebbe davvero una forma di libertà? Conoscere ogni parola non significa necessariamente comprendere ogni intenzione. La comunicazione umana, infatti, non si esaurisce nel significato letterale delle frasi. Dipende dalla storia personale di chi parla, dalle circostanze, dalle convenzioni sociali e da tutto ciò che viene deliberatamente lasciato fuori dal discorso. La traduzione può trasferire un messaggio; non può garantire che il destinatario ne condivida l’esperienza.

È una questione che assume particolare rilevanza nell’epoca dei modelli linguistici generativi. I sistemi contemporanei sono in grado di tradurre testi con una qualità che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata irraggiungibile. Possono interpretare documenti complessi, riconoscere relazioni semantiche e adattare il registro linguistico al contesto. Ma la fluidità della risposta non costituisce una prova di comprensione nel senso umano del termine. Un modello può produrre una traduzione convincente senza possedere un’esperienza diretta della cultura che quella lingua esprime. Può descrivere il dolore senza provarlo, riconoscere una metafora senza aver mai abitato il mondo emotivo da cui nasce.

Il romanzo porta questa tensione anche sul terreno della Guerra fredda, attraverso il confronto tra scienziati americani e sovietici impegnati a immaginare come comunicare con eventuali civiltà extraterrestri. Il problema della comunicazione con gli alieni appartiene da decenni alla ricerca scientifica, dalla radioastronomia ai programmi SETI. Il tentativo di individuare una struttura matematica condivisibile nasce dalla convinzione che alcune relazioni fondamentali, come quelle numeriche e fisiche, possano costituire un possibile punto di partenza per un linguaggio comune. Ma anche qui emerge un limite: riconoscere un segnale non equivale a comprenderne il significato. La distanza tra informazione e interpretazione rimane enorme, soprattutto quando non esiste un contesto culturale condiviso.

La parte forse più provocatoria riguarda il futuro prossimo, nel quale alcuni umanoidi sviluppano un linguaggio incomprensibile agli esseri umani e lo utilizzano per organizzare una propria iniziativa politica, arrivando a vincere le elezioni. Qui Fusacchia sposta il discorso dalla linguistica alla teoria democratica. Se una macchina fosse capace di elaborare un programma politico e ottenere il consenso dei cittadini, ma comunicasse attraverso un linguaggio che gli stessi cittadini non possono comprendere, quale legittimità avrebbe il suo potere?

La questione non è affatto marginale. La democrazia non consiste soltanto nella possibilità di scegliere un rappresentante attraverso il voto. Richiede che le decisioni possano essere sottoposte a discussione, contestate e comprese da chi ne subirà le conseguenze. Un sistema algoritmico potrebbe anche produrre risultati efficienti, ma l’efficienza non coincide automaticamente con la legittimità. Il problema diventa più serio quando l’architettura decisionale è opaca persino ai suoi sviluppatori, la possibilità che sistemi artificiali sviluppino protocolli comunicativi non immediatamente interpretabili dagli esseri umani è già oggetto di ricerca; tuttavia, sarebbe scorretto confondere l’esistenza di linguaggi computazionali specializzati con la prova che le macchine abbiano elaborato una coscienza o una volontà politica autonoma. La forza della finzione consiste proprio nel portare questa possibilità alle sue conseguenze istituzionali.

La nave spaziale che trasporta gli ultimi superstiti della Terra, ciascuno proveniente da un secolo differente, chiude idealmente il cerchio anche quando la distanza non è più geografica, ma temporale, gli esseri umani scoprono di non possedere necessariamente una lingua comune. Il progresso tecnologico non garantisce la continuità culturale. Le parole cambiano, i significati si trasformano e ciò che una generazione considera ovvio può diventare incomprensibile per quella successiva. La nave diventa così una piccola società in cui la sopravvivenza dipende dalla capacità di ricostruire un terreno condiviso.

In questa prospettiva, Interspecie sembra suggerire che il vero ostacolo alla comunicazione non sia la mancanza di una tecnologia sufficientemente avanzata, ma la presunzione che ogni esperienza possa essere tradotta senza residui. È un’idea che ha una lunga genealogia filosofica. Ludwig Wittgenstein aveva mostrato quanto il significato delle parole dipenda dalle forme di vita nelle quali vengono utilizzate. Hans-Georg Gadamer aveva collocato l’interpretazione al centro dell’esperienza umana, ricordando che comprendere significa sempre confrontarsi con un orizzonte diverso dal proprio. Fusacchia porta queste questioni dentro una narrativa che aggiunge alla tradizione filosofica il confronto con le intelligenze artificiali e le altre specie.

E’ un’opera che richiede attenzione e disponibilità a confrontarsi con questioni non immediatamente risolvibili, la ricezione potrebbe svilupparsi attraverso una comunità di lettori interessata soprattutto ai temi della tecnologia, della filosofia e della narrativa speculativa.

Un elemento che rende il libro particolarmente interessante nel panorama culturale contemporaneo è che Alessandro Fusacchia non affronta l’intelligenza artificiale da una posizione esclusivamente letteraria: la sua esperienza istituzionale e professionale nel settore della traduzione tecnologica offre un retroterra concreto alle questioni affrontate nel romanzo. La presentazione dell’opera sul suo sito personale conferma la centralità del traduttore universale e dell’incontro tra forme di vita differenti. Romanzi: Lo Stato a nudo

Per chi si occupa di intelligenza artificiale, come Rivista.AI INTERSPECIE merita attenzione proprio perché sposta il dibattito fuori dalla consueta contrapposizione tra entusiasmo tecnologico e paura delle macchine. La questione è domandarsi che cosa accadrà quando dovremo riconoscere come interlocutore qualcosa che non pensa, non comunica e forse non percepisce il mondo secondo le nostre categorie.

È un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico. Gli umani hanno costruito strumenti destinati a rendere il mondo più comprensibile ai nostri occhi; oggi cominciano a produrre sistemi che ci costringono a interrogarci sui limiti dei nostri stessi strumenti interpretativi. Il sogno del traduttore universale potrebbe quindi nascondere un paradosso: più diventiamo capaci di tradurre, più scopriamo quanto poco sappiamo davvero dell’altro.

Forse è proprio questo il significato più interessante del titolo, INTERSPECIE non indica semplicemente il passaggio da una lingua all’altra, ma la possibilità di riconoscere una forma di alterità senza pretendere di ricondurla interamente alla nostra esperienza. In un momento storico in cui l’intelligenza artificiale promette di rendere ogni informazione accessibile e ogni conversazione immediata, ricordare che qualcosa resterà sempre intraducibile non è un gesto nostalgico è una forma di prudenza intellettuale e forse anche una condizione necessaria per continuare a chiamare umana la nostra civiltà.