C’è qualcosa di ironico nel vedere il Paese che ha trasformato l’e-commerce in un culto di massa rimanere indietro proprio nella partita degli ai agents, il nuovo totem tecnologico che promette di trasformare le aziende in organismi semi-autonomi. È come se la Cina avesse costruito l’autostrada più grande del mondo e poi si fosse dimenticata di comprare le auto. La fotografia più crudele arriva dai numeri, sempre cinici e sempre impietosi: nel 2024 gli Stati Uniti contavano 100 milioni di utenti di ai agents, pari a un tasso di penetrazione del 40 per cento, mentre la Cina, con i suoi 250 milioni di utenti, arrancava a un modesto 17,7 per cento di adozione. Un controsenso apparente che in realtà è la prova della differenza strutturale tra hype e infrastruttura.
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L’arte della diplomazia tecnologica si sta riscrivendo sotto i nostri occhi con un sipario fatto di chip, politica e promesse digitali. Wang Wentao, ministro del commercio cinese, e Jensen Huang, il CEO taiwanese-americano di Nvidia, hanno stretto una mano che vale più di un semplice accordo commerciale: è una sfida lanciata a un futuro in cui l’intelligenza artificiale sarà il campo di battaglia più ambito e controverso. Se vi aspettavate uno scontro frontale, vi sbagliate: l’incontro ha mostrato un pragmatismo raro, in un mondo diviso tra sanzioni e sospetti, tra protezionismo e apertura di mercato.
Jensen Huang è atterrato a Pechino con il sorriso di chi sa di avere vinto almeno un round nella guerra tecnologica più costosa del decennio. Il fondatore e CEO di Nvidia, vestito con la sua solita giacca di pelle da rockstar dell’hardware, non è venuto per stringere mani e scattare foto, ma per riaffermare un principio quasi banale nel mondo reale ma rivoluzionario nel teatro geopolitico dell’intelligenza artificiale: “il mercato cinese non si può ignorare”. Lo ha detto, più o meno, tra un meeting con i funzionari governativi e un’apparizione alla China Council for the Promotion of International Trade. Solo che stavolta la frase non è retorica. È una minaccia sottile a Washington e un inchino strategico a Pechino.
Non fatevi ingannare dal nome dolciastro. Kimi K2 non è un simpatico cartone animato giapponese né una mascotte da caricare su TikTok. È un colosso di 1 trilione di parametri che cammina silenziosamente tra le linee di codice, pronto a stravolgere le gerarchie globali dell’intelligenza artificiale con un approccio che, fino a ieri, sembrava il dominio esclusivo delle elite della Silicon Valley. Moonshot AI, una start-up cinese con sede a Pechino e le tasche piene grazie ai finanziamenti di Alibaba, ha appena scagliato il suo nuovo mostro computazionale nel ring dell’open-source globale, e le onde d’urto si sentono già da Menlo Park a Bangalore.
Quando un’ex consulente di Accenture e un professore di sistemi complessi decidono di fondare una start-up sull’intelligenza artificiale per la scoperta di farmaci, di solito il risultato è un PowerPoint, qualche grafico in stile McKinsey, e un round seed da 2 milioni spesi in marketing. Ma IntelliGen AI, fondata a Hong Kong nel giugno 2024 da Ronald Sun e dal ricercatore Sun Siqi, sembra giocare su un piano diverso. Non solo perché si autoproclama rivale di DeepMind e del suo spin-off farmaceutico Isomorphic Labs, ma perché pretende di fare con la biologia ciò che AlphaFold ha già fatto: trasformare la ricerca scientifica in un problema di predizione computazionale. Solo che qui la posta in gioco non è più l’ordine degli amminoacidi, ma l’economia globale del farmaco.