L’odore di un ordine esecutivo che vuole mettere a tacere gli stati americani sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale è un segnale quasi poetico della confusione istituzionale che domina la scena tecnologica statunitense. Sembra la trama di un romanzo politico dove la Casa Bianca sogna centralizzazione mentre i procuratori generali dei singoli stati affilano le lame costituzionali. La bozza dell’ordine, poi parcheggiata con il freno a mano tirato, puntava a creare una sorta di super arma legale federalista capace di impugnare ogni tentativo locale di dare regole all’AI. La keyword regolamentazione AI federale non poteva chiedere un contesto migliore per mostrare quanto incoerente sia oggi la politica tecnologica, stretta tra ideologia, geopolitica e il timore esistenziale di perdere la leadership sulla prossima rivoluzione industriale.
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eDonald Trump sembra pronto a firmare un ordine esecutivo già da venerdì che ribalterebbe lo scenario della regolamentazione sull’intelligenza artificiale negli Stati Uniti. L’idea non è sofisticata: mettere il governo federale al centro del controllo sull’AI, delegittimando le leggi statali che, secondo l’amministrazione, intralciano lo sviluppo industriale. Nel progetto trapelato, il Dipartimento di Giustizia istituirebbe un’“AI Litigation Task Force” un’unità il cui “unico compito” sarebbe fare causa agli Stati che approvano norme ritenute ostili al business dell’IA.
La lunga paralisi della macchina federale statunitense si è conclusa. Il governo americano ha riaperto dopo ben 43 giorni di stop il più lungo nella storia degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha firmato un disegno di legge di spesa che consente la ripresa delle attività, ma la “ripartenza” operativa sarà tutt’altro che immediata.
Nel momento in cui il sigillo è stato apposto, Trump ha dichiarato: «This is no way to run a country» e ha invitato che «non succeda mai più». Tuttavia, mentre alcune leve burocratiche e operative tornano attive, resta alto il prezzo pagato: familiari in difficoltà, voli ridotti, benefit sospesi, una crescita economica che ha registrato uno stallo.

Donald Trump ha sempre avuto un debole per la guerra verbale, ma questa volta la metafora è diventata geopolitica: ha definito i Democratici “kamikaze”, pronti a distruggere il Paese pur di non cedere politicamente. Una frase che sembra uscita più da un manuale di guerra psicologica che da un briefing alla Casa Bianca, ma che fotografa bene la tensione attuale a Washington. Lo shutdown USA è entrato nella storia come il più lungo di sempre, superando il precedente record di 35 giorni fissato dallo stesso Trump nel suo primo mandato. Una chiusura del governo che sa di déjà vu e che lascia sul campo 1,4 milioni di lavoratori federali, molti senza stipendio e altri obbligati a lavorare comunque, come se la fedeltà alla nazione potesse pagare l’affitto.
Di fronte alle dichiarazioni di Trump sul divieto di esportare i chip Blackwell più avanzati, è utile smontare con occhio critico quello che è dire, quello che potrebbe fare, e quello che è già in atto.
Trump afferma che il nuovo Blackwell è “dieci anni avanti a ogni altro chip” e che “non lo diamo ad altri”, ribadendo l’intenzione di riservarlo agli Stati Uniti. In altre parole, i chip top-level sarebbero soggetti a restrizioni ancora più stringenti rispetto a quelle già vigenti sotto le politiche di controllo statunitensi.
In un mondo dove le supply chain sono catene al collo delle superpotenze, la Cina di Xi Jinping sa benissimo come stringere il cappio. Mentre i media occidentali continuano a dipingere Donald Trump come il bullo del commercio internazionale, con i suoi dazi “fantasiosi” e minacce recapitate con un tweet, la verità, forse, è un po’ più ironica: è Pechino che ha forzato la mano, trasformando le terre rare in un’arma geoeconomica letale.
Le azioni di Trump allora potrebbero essere lette non come frutto di un capriccio protezionista americano, ma come una reazione a una mossa calcolata di Xi, che ha trasformato il suo dominio sul 90% della raffinazione globale di questi minerali strategici in uno strumento di ricatto planetario.
Benvenuti nel nuovo capitolo della guerra commerciale, dove la narrativa consolidata si capovolge e Trump appare non come l’aggressore, ma come il difensore di un Occidente colto alla sprovvista e dove l’incontro che si è appena svolto a Busan, in Corea del Sud, tra il presidente americano e quello cinese più che una svolta segna più che una svolta una tregua (armata).
Mohammed bin Salman sta per tornare alla Casa Bianca, e non con le mani vuote. Il 18 novembre incontrerà Donald Trump in quello che si preannuncia come un vertice carico di simbolismo e miliardi. Secondo fonti vicine al dossier, sul tavolo ci saranno accordi su intelligenza artificiale, difesa, cooperazione nucleare e commercio. In altre parole, il pacchetto completo per riplasmare gli equilibri strategici tra Washington e Riyadh.

Una svolta epocale (forse) nel conflitto mediorientale, alla giornata 734: Trump afferma che Israele e Hamas hanno firmato la “prima fase” del suo piano di pace, con rilascio di ostaggi e ritiro limitato delle truppe; Netanyahu promette: “Riporteremo tutti a casa”. L’intesa, se confermata integralmente, potrebbe costituire l’accordo più rilevante da inizio della guerra del 2023.
Ma prima di cantare vittoria, serve uno sguardo freddo sulle informazioni affermate, sui margini di incertezza e sui rischi strutturali.
“Sono stati due anni molto dolorosi. Due anni fa, in questo atto terroristico, sono morte 1.200 persone. Bisogna pensare a quanto odio esiste nel mondo e cominciare a porci noi stessi la domanda su cosa possiamo fare. In due anni, circa 67 mila palestinesi sono stati uccisi. Bisogna ridurre l’odio, bisogna tornare alla capacità di dialogare, di cercare soluzioni di pace”.
È certo che non possiamo accettare gruppi che causano terrorismo, bisogna sempre rifiutare questo stile di odio nel mondo. Allo stesso tempo l’esistenza dell’antisemitismo, che sia in aumento o no, è preoccupante. Bisogna sempre annunciare la pace, il rispetto per la dignità di tutte le persone. Questo è il messaggio della Chiesa”.
Papa Leone XIV nel pomeriggio di oggi, 7 ottobre.
Il cielo su gaza non ha conosciuto tregua ieri carri armati, jet da combattimento e navi israeliane hanno martellato zone del territorio palestinese nel giorno che da due anni rappresenta l’anniversario dell’attacco di Hamas, evento scatenante del conflitto prolungato che continua a mietere vittime e distruzione.
l 30 settembre 2025, il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che dispone al National Institutes of Health (NIH) di destinare ulteriori 50 milioni di dollari alla ricerca sul cancro pediatrico basata sull’intelligenza artificiale. Questo finanziamento mira a potenziare l’iniziativa esistente Childhood Cancer Data Initiative (CCDI), programma istituito durante il suo primo mandato per raccogliere e analizzare dati sul cancro infantile. L’obiettivo è migliorare sperimentazioni cliniche, diagnosi, trattamenti e strategie di prevenzione per i pazienti pediatrici affetti da tumori.
Il linguaggio è sempre un indizio di potere. Quando si smette di parlare di “difesa” e si inizia a evocare il “Dipartimento della Guerra”, il rebranding non è solo estetico: è un’ammissione che il cuore pulsante dell’innovazione tecnologica americana oggi non è più la Silicon Valley con i suoi unicorni sorridenti, ma l’apparato militare-industriale. Non è un caso che, mentre si discute di shutdown governativo e di contratti congelati in settori come istruzione, sanità o climatizzazione, il rubinetto per la tecnologia bellica rimanga sempre aperto. Gli analisti la chiamano continuità operativa. Io la chiamo immunità politica.
Il 26 settembre 2025, Donald Trump ha scatenato un attacco frontale contro Lisa Monaco, presidente delle relazioni globali di Microsoft, chiedendo la sua immediata rimozione. Nel suo post su Truth Social, Trump l’ha definita una “minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, citando i contratti federali di Microsoft e l’accesso di Monaco a informazioni sensibili, nonostante la revoca delle sue autorizzazioni di sicurezza. Monaco, ex vice procuratore generale sotto l’amministrazione Biden, ha ricoperto ruoli chiave nel coordinamento della risposta del Dipartimento di Giustizia agli eventi del 6 gennaio 2021 e ha servito come consigliere per la sicurezza interna durante l’amministrazione Obama. La sua nomina a Microsoft è avvenuta nel luglio 2025. Microsoft non ha commentato pubblicamente la richiesta di Trump.
TikTok US valutazione da svendita: un prezzo politico che riscrive le regole del mercato tecnologico
Parliamo chiaro. La valutazione di TikTok US a 14 miliardi di dollari non è semplicemente bassa, è un insulto all’intelligenza economica. È come se ti offrissero una Ferrari a prezzo di utilitaria solo perché l’auto è parcheggiata in una zona a traffico limitato e il vigile ha deciso che non puoi muoverla se non con un nuovo proprietario. La decisione dell’amministrazione Trump di orchestrare la vendita forzata dell’app negli Stati Uniti ha imposto una cifra che grida al mercato: qui non comandano i multipli di ricavi o EBITDA, qui comanda la geopolitica.
Donald Trump ha deciso che i semiconduttori non possono più arrivare a fiumi dalle fabbriche di Taiwan, Corea o Cina, senza che l’America si faccia almeno il favore di produrne altrettanti in casa propria. È la nuova trovata di una politica commerciale che assomiglia più a una roulette russa con supply chain globali che a un piano industriale coerente. La formula è tanto semplice quanto brutale: per ogni chip importato, devi produrne uno negli Stati Uniti. Se non ci riesci, paghi una tariffa che rischia di far sembrare il già caotico regime di dazi una partita a Tetris giocata a occhi chiusi.
La mano invisibile di Adam Smith, quella che per decenni ha dominato il mito del libero mercato americano, sembra aver deciso di uscire dall’ombra. Non più metafora ma appendice concreta di Washington che entra nel capitale di Intel, valuta partecipazioni in Lithium Americas e si riscopre improvvisamente paladina della politica industriale. Gli Stati Uniti, per anni maestri di deregulation e predicatori di concorrenza pura, oggi copiano maldestramente il playbook di Pechino. E lo fanno con la goffaggine di chi non ha memoria storica di come si costruisce un apparato industriale nazionale.
Donald Trump ha deciso di colpire il cuore pulsante della globalizzazione tecnologica con un colpo secco: centomila dollari per ogni richiesta di visto H-1B. Non è una tassa, è un segnale. Un messaggio scritto a caratteri cubitali per gli elettori americani e al tempo stesso un atto di guerra commerciale che costringe Narendra Modi a gestire un’altra crisi a stelle e strisce. L’India, che ha costruito un settore IT da 280 miliardi di dollari proprio grazie alla fluidità di quel corridoio digitale con gli Stati Uniti, si ritrova improvvisamente davanti a un conto che nessuno a Bangalore o Hyderabad aveva voglia di pagare.
C’è sempre un certo fascino nelle teorie complottiste, soprattutto quando si parla di chip, Cina e Stati Uniti. L’ultima voce che circola è quasi teatrale: la narrazione secondo cui l’Amministrazione Trump avrebbe autorizzato Nvidia a vendere i suoi chip di intelligenza artificiale a Pechino in cambio di una provvigione del 15 per cento incassata direttamente da Washington. Una sorta di pedaggio da pagare per passare la dogana della sicurezza nazionale. Peccato che non esista uno straccio di documento ufficiale a supporto e che la storia faccia acqua da tutte le parti. Ma il bello è proprio questo: nel settore dei semiconduttori, dove l’opacità geopolitica è pane quotidiano, una bugia ben raccontata suona più vera della realtà.
Il Cyberspace Administration of China (CAC) ha ordinato a grandi aziende tech cinesi tipo Alibaba, ByteDance di sospendere ordini e test del chip RTX Pro 6000D di Nvidia (versione su misura per la Cina).
Il divieto va oltre le restrizioni pregresse che avevano colpito l’H20 (altro chip Nvidia limitato) adesso anche questa versione “localizzata” non può più essere acquistata né testata. Jensen Huang, CEO di Nvidia, ha commentato esserne “deluso”, dicendo che la situazione riflette le tensioni USA-Cina più generali.
Trump ha deciso di trasformare un lungo weekend di Labour Day in un lunedì da tribunale, annunciando che la sua amministrazione porterà con urgenza al giudizio della Corte Suprema la questione delle tariffe doganali che i giudici federali hanno appena demolito come abuso di potere esecutivo. Non è un dettaglio tecnico, è un terremoto da centinaia di miliardi di dollari, anzi, secondo le sue stesse parole, da “trillions and trillions”, che rischiano di trasformarsi in assegni di rimborso verso i partner commerciali che, a suo dire, “ci hanno derubato negli ultimi 35 anni”. In un Paese in cui il gettito fiscale dai dazi ha già fruttato 142 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2025, la sua narrativa è semplice: senza tariffe, l’America diventa un Paese del Terzo Mondo. Non serve un PhD in economia per capire che questa è più retorica che macroeconomia, ma il punto politico è chiarissimo.
Il teatro geopolitico della tecnologia sembra ormai un palcoscenico da tragedia greca, con l’America a recitare il ruolo del protagonista burbero che decide chi può accedere al fuoco sacro dell’intelligenza artificiale. Jensen Huang, il CEO di Nvidia con la calma zen di un monaco che vede miliardi materializzarsi tra i transistor, ha dichiarato che le discussioni con la Casa Bianca per permettere la vendita in Cina di versioni “ridotte” dei chip Blackwell richiederanno tempo. In realtà, quando parla di tempo, Huang sembra riferirsi al ritmo degli equilibri politici più che ai cicli produttivi di TSMC. Perché il mercato cinese non è una semplice appendice, ma un bottino da 50 miliardi di dollari, una cifra che persino un impero come Nvidia non può permettersi di lasciare intatta nelle mani di altri.
La proposta di uno scambio di territori tra Ucraina e Russia, che prevede la cessione di porzioni della regione di Donetsk in cambio di un cessate il fuoco e garanzie di sicurezza occidentali, ha suscitato reazioni di rabbia e incredulità tra le comunità ucraine, in particolare a Slovyansk. Molti residenti considerano questa proposta un tradimento della loro sovranità nazionale e un’offesa alla memoria dei soldati caduti. Svitlana Kuznetsova, che ha perso il nipote in battaglia, ha dichiarato che lascerebbe la sua casa di una vita se le forze russe prendessero il controllo della città.
Chi pensa che la politica estera sia fatta soltanto di trattati, mappe e accordi segreti non ha capito il ventunesimo secolo. La diplomazia della moda è entrata prepotentemente nel lessico geopolitico e lo ha fatto con un colpo di scena degno di un palcoscenico teatrale: Volodymyr Zelensky che si presenta alla Casa Bianca in giacca nera impeccabile davanti a Donald Trump. L’uomo che era stato sbeffeggiato mesi prima per la sua scelta di indossare abiti militari nelle stanze ovattate del potere americano si trasforma di colpo in icona stilistica, conquistando persino le lodi del presidente più capriccioso della storia recente degli Stati Uniti. Sembra un dettaglio estetico, e invece è un colpo di maestria comunicativa. La guerra in Ucraina non si combatte solo sul fronte orientale, ma anche davanti alle telecamere, e l’immagine di un leader può valere più di un intero pacchetto di armi.
La dinamica post-summit Alaska si sta trasformando in un raro caso di diplomazia europea adrenalinica, con i leader del continente costretti a fare malabarismi tra il desiderio di mantenere Washington ingaggiata e la necessità di non sembrare comparse in un copione scritto altrove. Dopo ore di telefonate convulse e dichiarazioni studiate al millimetro, il messaggio è stato chiaro: Mosca non potrà mai dettare i termini del futuro di Kiev, né sul suo esercito né sulla sua integrazione in Nato e Unione Europea. È un’affermazione apparentemente scolpita nella pietra, ma che sotto la superficie rivela un equilibrio precario tra fermezza e pragmatismo.
Quando il Presidente degli Stati Uniti decide di passare dal definire un CEO “altamente CONFLITTUALE” al celebrarlo come esempio di successo imprenditoriale in meno di una settimana, non è soltanto un cambio di tono. È un’operazione chirurgica di narrativa politica, un colpo di scena degno di un mercato finanziario che si nutre di volatilità emotiva. Intel si è ritrovata improvvisamente al centro di un balletto strategico in cui le accuse di conflitti d’interesse legati alla Cina si sono dissolte davanti a una stretta di mano alla Casa Bianca. Chi conosce il mondo dei semiconduttori USA sa che dietro queste conversioni improvvise raramente si nasconde un’epifania personale. Piuttosto, c’è un calcolo freddo, un allineamento di interessi che diventa immediatamente leggibile per chi sa leggere tra le righe.
Trump non ha mai amato le mezze misure, ma questa volta sembra averne inventata una. L’idea di permettere a Nvidia di vendere alla Cina una versione depotenziata del chip AI Blackwell suona come un cocktail di calcolo politico, fiuto per l’affare e volontà di riscrivere le regole della diplomazia tecnologica. Un compromesso al 30-50 per cento della potenza originale, come se un’auto di lusso venisse consegnata con il limitatore inserito. La motivazione ufficiale? Gestire il rischio tecnologico e la sicurezza nazionale. La realtà, come sempre, è più torbida.
Questo non è un semplice annuncio industriale. È un’operazione chirurgica dentro la supply chain globale dell’intelligenza artificiale, con Washington che improvvisamente si atteggia a broker delle performance dei chip. La Cina vuole capacità computazionale, e non da oggi. Gli Stati Uniti vogliono risorse strategiche e vantaggi commerciali. E nel mezzo c’è Jensen Huang, CEO di Nvidia, costretto a un balletto diplomatico in cui ogni passo costa miliardi e ogni sorriso può valere una licenza di esportazione. Il paradosso è che la Casa Bianca non sta bloccando del tutto l’export, ma lo sta monetizzando.
L’ultima mossa del clan Trump nel grande circo della disinformazione digitale ha un nome altisonante e un’anima prevedibile: Truth Search AI. Un motore di ricerca “intelligente” nato all’interno della piattaforma Truth Social, creato per combattere la censura delle Big Tech. Risultato? Cinque link a Fox Business, nessuna traccia di pluralismo. Più che una rivoluzione tecnologica, un’eco chamber travestita da AI. Il partner tecnico è Perplexity, startup americana che in altri contesti viene venduta come alternativa credibile a Google. Qui, invece, sembra un’arma di precisione al servizio del messaggio trumpiano. Ma attenzione: il software non mente. Quando gli si chiede se le tariffe volute da Trump abbiano migliorato l’economia, l’algoritmo risponde con gelida oggettività: “le evidenze attuali indicano un effetto netto negativo”. Un caso raro di IA che morde la mano che la nutre, anche se poi ci pensa il filtro delle fonti a diluire tutto. Le uniche voci ammesse? Fox News, The Federalist, Washington Times. Manca solo InfoWars per completare il pacchetto.
Il circo dei semiconduttori è tornato in città. Con l’annuncio improvviso del presidente Donald Trump, ospite su CNBC, secondo cui l’amministrazione statunitense introdurrà nuove tariffe sui chip già dalla prossima settimana, l’industria tecnologica globale entra in una nuova fase di instabilità controllata. O forse sarebbe meglio dire incontrollabile, perché i dettagli di queste tariffe sono, come da copione, volutamente nebulosi. Una strategia comunicativa che somiglia più a una partita di poker con carte coperte che a una politica industriale coerente.
AI e Potere: l’illusione dell’agenda trumpiana e il vero volto della nuova corsa all’oro
Trump ha un piano per l’intelligenza artificiale. È politica industriale camuffata da salvezza tecnologica. Si chiama AI Action Plan ed è il manifesto con cui l’ex presidente, ora di nuovo protagonista, promette di rendere l’America leader globale nell’AI. Ma dietro la retorica di innovazione, sovranità e progresso si nasconde una verità scomoda: l’AI non sta salvando il mondo, lo sta vendendo pezzo per pezzo alle solite multinazionali. E non c’è nulla di inevitabile in questo.
Chiunque pensasse che la guerra dei chip fosse solo una questione tra Stati Uniti e Cina, tra embargo e retorica bellica digitale, dovrà aggiornare il proprio modello mentale. Elon Musk, con la solita dose di teatralità e disprezzo per le mezze misure, ha appena piazzato un altro scacco alla geopolitica del silicio firmando un accordo da 16,5 miliardi di dollari con Samsung per la produzione del chip AI6, destinato a pilotare il futuro non solo delle Tesla ma, potenzialmente, del concetto stesso di automazione. Musk lo ha annunciato con un post notturno su X (ovviamente), lasciando intendere che l’accordo potrebbe valere “molto di più” in termini di output. Le parole usate? “La sua importanza strategica è difficile da sopravvalutare”. E per una volta, non sembra iperbole.
Quando un PowerPoint datato 1 luglio finisce nelle mani giuste, succede che improvvisamente diventa una bomba informativa. Secondo quanto riportato dal Washington Post, il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, noto come DOGE (sì, il nome evoca un meme eppure è drammaticamente reale), avrebbe sviluppato un nuovo strumento basato su intelligenza artificiale con un obiettivo tanto semplice quanto incendiario: eliminare metà delle normative federali attualmente in vigore. Non semplificare. Non riformare. Tagliare. E farlo entro il primo anniversario del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, come se il tempo per “fare pulizia” fosse quello necessario per un ciclo presidenziale accelerato. Siamo davanti a una deregulation-by-AI, chirurgica e cieca al contempo.
Sì, lo ammetto. Dopo mesi di retorica accelerazionista al limite del grottesco, nessuno si aspettava che l’amministrazione Trump tirasse fuori qualcosa di vagamente intelligente. Le attese per il Piano d’Azione per l’Intelligenza Artificiale USA erano talmente basse che la comunità tecnologica, me compreso, si aspettava un documento propagandistico, un inno all’innovazione selvaggia senza neanche il fastidio di menzionare i rischi. E invece, mercoledì, la Casa Bianca ha reso pubblico un testo che, pur con i suoi limiti, ha sorpreso praticamente tutti. Perfetto? No. Ma straordinariamente più maturo del previsto. È questo il vero shock.
Diciamolo chiaramente. Il fatto che l’Amministrazione Trump abbia partorito un “AI Action Plan” degno di questo nome segna un cambio di passo non indifferente. Finalmente, almeno secondo alcuni analisti, la Casa Bianca sembra essersi svegliata dal torpore burocratico che per anni ha soffocato qualsiasi visione strategica sull’intelligenza artificiale e, soprattutto, sulla catena di approvvigionamento dei semiconduttori. Chiunque segua il settore sa che senza chip, l’AI è solo fumo negli occhi.
Sse i chip sono dominati da una manciata di player globali come Nvidia, Intel e AMD, allora capire la filiera non è più un lusso, ma una questione di sopravvivenza industriale. “Pensiamo che il piano AI, unito ai continui tira e molla sui dazi dei semiconduttori nella guerra commerciale USA-Cina, indichi che l’amministrazione sta acquisendo una comprensione più profonda della supply chain”, ha dichiarato Tech Stock Pros, una delle voci più ascoltate tra gli investitori contrarian nel settore tecnologico.
La Casa Bianca ha fatto il suo solito numero da circo, mercoledì, puntando i riflettori su un presunto “complotto traditore” orchestrato da Barack Obama contro Donald Trump, un’accusa talmente spettacolare da sembrare scritta da un fanatico di QAnon con un debole per i thriller di serie B. Il tempismo, naturalmente, perfetto. C’era bisogno di distogliere l’attenzione dal disastroso imbarazzo per la gestione del caso Epstein e quale miglior diversivo se non resuscitare la vecchia narrativa del colpo di stato contro il leader dell’America “vera”.
EXEC ORDER L’intelligenza artificiale, un tempo terreno di pura innovazione tecnologica e ottimizzazione dei processi, si sta rapidamente trasformando in un campo di battaglia geopolitico e culturale. La recente ondata di modelli AI cinesi come quelli di DeepSeek e Alibaba non ha soltanto attirato l’attenzione per le capacità tecniche, ma soprattutto per la loro selettiva “censura” su argomenti critici verso il Partito Comunista Cinese. Non è un dettaglio da poco: questi sistemi sono stati ufficialmente riconosciuti da funzionari americani come strumenti costruiti per riflettere il pensiero e la narrativa di Pechino, e questo svela un problema sistemico di bias e propaganda digitale che spinge a riconsiderare la “neutralità” di certe tecnologie.
Trump non ha mai amato i paradossi, li cavalca. L’AI, simbolo di progresso e di quella Silicon Valley che finge di odiare, si alimenterà di carbone, gas e vecchie centrali rianimate come zombie industriali. A Pittsburgh, davanti a un pubblico che rideva complice, ha dichiarato che “il più importante uomo del giorno” è Lee Zeldin, il nuovo capo dell’EPA, che “vi darà un permesso per la più grande centrale elettrica del mondo in una settimana”. Applausi. Il messaggio subliminale era chiaro: chi se ne importa delle regole, qui si torna a trivellare, bruciare e produrre elettricità sporca, perché l’intelligenza artificiale ha fame e la fame non aspetta.
La scena è quasi surreale, degna di un copione satirico. L’uomo che ambisce a tornare alla Casa Bianca ammette candidamente di non aver mai sentito nominare Nvidia, l’azienda più preziosa al mondo per capitalizzazione, la stessa che definisce di fatto la corsa globale all’intelligenza artificiale. Donald Trump racconta, con il suo tipico stile teatrale, di come inizialmente avesse pensato di “spaccarla”, salvo poi scoprire che non è così facile smantellare un monopolio tecnologico che domina un mercato con una quota vicina al 100%. “Who the hell is he? What’s his name?”, ha chiesto Trump al suo consigliere, come se si parlasse di un boss di quartiere e non di Jensen Huang, il fondatore e CEO che ha costruito l’impero dell’AI. L’ingenuità apparente, o forse la finzione strategica, rivela un dato cruciale: la politica americana non è più il motore dell’innovazione, ma un osservatore che rincorre i colossi privati.
Winning the Race America’s AI Action Plan
Eccolo, finalmente svelato, il tanto atteso AI Action Plan. Non è un semplice documento programmatico, è un manifesto di potere tecnologico, una dichiarazione di guerra fredda digitale mascherata da politica industriale. Si parla di accelerare l’innovazione, costruire un’infrastruttura AI muscolare e guidare la diplomazia internazionale come se si stesse scrivendo il sequel aggiornato della dottrina Monroe, ma per l’intelligenza artificiale. L’unboxing rivela un piano che non punta solo a “correre più veloce”, ma a riscrivere le regole del gioco, imponendo agli altri di adeguarsi. Chi si aspettava un’operazione burocratica, moderata e noiosa, non ha capito il senso del momento: qui si respira la tensione da corsa agli armamenti digitali.
Donald Trump, l’uomo che ha trasformato la politica americana in uno show senza pause, torna a far parlare di sé con una nuova impresa destinata a infiammare dibattiti globali: la sua candidatura al Nobel per la pace. Mentre il mondo fatica a tenere il passo con i suoi tweet incendiari e le politiche “America first”, ecco che il tycoon si lancia in una corsa per il premio più prestigioso al mondo, trasformando un’istituzione storica in un campo di battaglia politico. Il risultato? Un mix di ironia, scetticismo e propaganda da manuale.
In un mondo dove le tecnologie emergenti non sono più semplici supporti ma veri e propri protagonisti, l’intelligenza artificiale si affaccia con prepotenza al centro del dibattito economico globale, in particolare riguardo alla doppia missione della Federal Reserve: massima occupazione e stabilità dei prezzi. Lisa Cook, governatore della Fed, ha riassunto con una chiarezza chirurgica la sfida che ci attende. Da una parte, l’AI promette di rivoluzionare il mercato del lavoro, potenziando la produttività dei lavoratori ma allo stesso tempo alterando radicalmente la composizione stessa delle mansioni. Dall’altra, l’effetto sui prezzi non è affatto scontato, oscillando tra una possibile riduzione delle pressioni inflazionistiche grazie alla maggiore efficienza e l’aumento dei costi derivante dall’investimento massiccio in nuove tecnologie.
Trump non è il tipo da discorsi accademici sulle meraviglie dell’intelligenza artificiale. Quando dice “Winning the AI Race”, lo dice come un generale che parla ai suoi soldati prima dell’assalto. Il 23 luglio, durante l’evento organizzato da David Sacks, il presidente americano non venderà sogni ma strategie. Perché in questo momento l’AI non è un hobby da nerd, è una guerra silenziosa in cui il vincitore controllerà l’economia mondiale per i prossimi trent’anni. La differenza tra vincere o perdere non si misurerà in brevetti ma in centrali elettriche, miliardi di dollari e capacità di elaborare dati più velocemente di chiunque altro. “Se non siamo i primi, siamo i secondi, e i secondi non comandano il mondo”, avrebbe detto in privato a un noto venture capitalist della Silicon Valley. Una frase brutale ma tremendamente efficace, che riassume perfettamente la mentalità con cui Trump sta riscrivendo il concetto di leadership tecnologica.