
Il 25 dicembre 2026, salvo variazioni nella distribuzione, Artificial, il film di Luca Guadagnino dedicato alla storia di OpenAI e alla crisi che portò alla temporanea estromissione di Sam Altman nel novembre 2023, dovrebbe arrivare nelle sale cinematografiche. Il materiale di partenza sembra scritto apposta per il cinema: un’impresa nata con l’ambizione di sviluppare un’intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità, un gruppo di ricercatori diviso sulla gestione dei rischi, un amministratore delegato allontanato senza un piano credibile per sostituirlo e un’azienda che, nel giro di pochi giorni, rischia di perdere la propria guida e una parte consistente dei suoi dipendenti. Eppure, secondo le critiche rivolte al film, trasformare questa vicenda in un racconto cinematografico efficace si è rivelato assai più difficile del previsto.
Il problema di Artificial non è la mancanza di una storia, ma l’incapacità di scegliere quale raccontare. Guadagnino e lo sceneggiatore Simon Rich hanno a disposizione una materia narrativa straordinaria, nella quale il progresso scientifico si intreccia con il potere economico e le ambizioni personali finiscono per condizionare decisioni destinate ad avere conseguenze globali. Invece di concentrarsi sul conflitto che attraversa OpenAI, il film sembra voler ricostruire l’intera genealogia dell’intelligenza artificiale contemporanea, dagli studi di Ilya Sutskever con Geoffrey Hinton fino alla nascita e all’affermazione di ChatGPT. Il risultato, nella lettura critica da cui prende spunto questa analisi, è una successione di episodi che accumulano informazioni senza riuscire sempre a trasformarle in tensione drammatica.
La scelta di seguire Sutskever, interpretato da Yura Borisov, avrebbe potuto offrire una prospettiva particolarmente interessante. Scienziato di primo piano nel campo del deep learning e cofondatore di OpenAI, Sutskever rappresenta un punto d’osservazione privilegiato sul conflitto fra ricerca e governo di una tecnologia sempre più potente. Il suo ruolo nella crisi del novembre 2023, quando partecipò alla decisione del consiglio di amministrazione di rimuovere Altman, rende il personaggio centrale per comprendere le contraddizioni dell’organizzazione. Ma una biografia scientifica non diventa automaticamente un dramma psicologico. Mostrare conferenze, discussioni tecniche e passaggi professionali non basta a spiegare perché un ricercatore finisca per dubitare della persona con cui ha contribuito a costruire un’impresa. Il pubblico ha bisogno di capire che cosa sia cambiato nella percezione di Sutskever, quali convinzioni siano entrate in conflitto e perché la questione della sicurezza dell’intelligenza artificiale abbia assunto un peso tale da prevalere sulla lealtà verso il gruppo dirigente.
È qui che la vicenda reale rivela una complessità che il cinema dovrebbe saper preservare, anziché semplificarla. OpenAI nacque nel 2015 come organizzazione senza scopo di lucro, con una missione orientata allo sviluppo di un’intelligenza artificiale generale a beneficio dell’umanità. La struttura economica si trasformò progressivamente, soprattutto con l’introduzione nel 2019 di una società a profitto limitato e con l’arrivo di Microsoft come partner finanziario e tecnologico. L’enorme successo di ChatGPT, lanciato nel novembre 2022, accelerò questa evoluzione. La ricerca non si svolgeva più soltanto nei laboratori: richiedeva infrastrutture di calcolo sempre più costose, accesso ai semiconduttori avanzati e capitali capaci di sostenere una competizione internazionale. La promessa di un’intelligenza artificiale sviluppata nell’interesse collettivo doveva confrontarsi con un mercato nel quale il vantaggio competitivo dipendeva dalla velocità di esecuzione e dalla capacità di attrarre investimenti.
La crisi di novembre 2023 mise a nudo questa tensione. Il consiglio di amministrazione annunciò la rimozione di Altman, sostenendo di non poter più confidare nella sua leadership; la comunicazione pubblica non fornì allora una ricostruzione completa delle ragioni della decisione. Nei giorni successivi, le pressioni dei dipendenti, le reazioni degli investitori e l’intervento di Microsoft contribuirono a un rapido rovesciamento degli equilibri. Altman tornò alla guida di OpenAI e la composizione del consiglio venne profondamente modificata. Un episodio del genere avrebbe potuto sostenere un thriller aziendale nel quale ogni riunione modifica i rapporti di forza e ogni dichiarazione nasconde un problema di governance. La suspense non richiedeva effetti spettacolari: bastava rendere visibile il meccanismo con cui un consiglio teoricamente incaricato di proteggere la missione dell’organizzazione scoprì di avere un potere formale molto maggiore del proprio potere effettivo.
La scelta di Andrew Garfield per interpretare Altman introduce un ulteriore problema. Il personaggio non può essere ridotto alla caricatura del dirigente ambiguo, né la sua capacità di sopravvivere a una crisi interna può essere spiegata soltanto attraverso l’imbarazzo personale o l’eccentricità. Altman ha dimostrato una notevole abilità nel costruire alleanze fra ricercatori, investitori e grandi imprese tecnologiche; la sua forza deriva anche dalla capacità di presentare una visione condivisa a interlocutori che perseguono obiettivi differenti. Per rendere credibile il personaggio, il film dovrebbe mostrare questa abilità senza trasformarla automaticamente in un segno di manipolazione. Altrimenti il conflitto perde profondità: il pubblico assiste a una lotta di personalità, ma comprende poco delle strutture economiche e istituzionali che rendono possibile la concentrazione del potere.
Anche la regia, secondo la critica, non riuscirebbe a compensare le debolezze della sceneggiatura. Guadagnino ha dimostrato in Chiamami col tuo nome e Challengers una notevole sensibilità per i rapporti di forza che attraversano le relazioni umane. In Artificial, invece, la fotografia poco incisiva e una colonna sonora talvolta invadente finirebbero per indebolire proprio quella dimensione psicologica che dovrebbe sostenere il racconto. La presenza di Elon Musk, interpretato da Ike Barinholtz, aggiunge una componente satirica, ma rischia di spostare l’attenzione verso la caricatura dei protagonisti della Silicon Valley. L’ironia può essere utile per raccontare un ambiente nel quale l’autopercezione dei dirigenti oscilla fra la convinzione di salvare l’umanità e la gestione ordinaria di un’impresa; diventa meno efficace quando sostituisce l’analisi delle decisioni.
Il confronto con The Social Network di David Fincher è inevitabile, ma anche ingeneroso se viene utilizzato come semplice parametro di qualità. Il film del 2010 riusciva a trasformare una disputa sulla nascita di Facebook in una storia comprensibile anche a chi non conosceva il funzionamento delle piattaforme digitali. Il suo centro narrativo era preciso: l’ambizione di Mark Zuckerberg e il prezzo umano della costruzione di un’impresa destinata a cambiare il mondo. Artificial deve affrontare una difficoltà ulteriore, perché OpenAI non ha modificato soltanto le abitudini degli utenti. Ha portato al centro del dibattito economico una tecnologia capace di intervenire sul lavoro intellettuale, sulla produzione di software e sull’organizzazione delle imprese. Raccontare questa trasformazione richiede di spiegare come una ricerca scientifica sia diventata un’infrastruttura commerciale globale, senza confondere la spiegazione tecnica con la narrazione.
La questione ha conseguenze che vanno oltre il giudizio cinematografico. L’industria dell’intelligenza artificiale sta concentrando risorse finanziarie e capacità computazionale in un numero ristretto di aziende, mentre governi e istituzioni cercano di stabilire chi debba controllare sistemi destinati a incidere sulla sicurezza, sull’economia e sull’accesso alla conoscenza. In questo scenario, la governance di OpenAI non è una disputa privata fra dirigenti: riguarda la possibilità concreta di conciliare una missione dichiaratamente orientata all’interesse pubblico con le esigenze di un’impresa che deve sostenere investimenti enormi e competere con Microsoft, Google e gli altri protagonisti del settore. Un film capace di rappresentare questa contraddizione avrebbe potuto offrire al pubblico qualcosa di più di una ricostruzione biografica. Avrebbe potuto mostrare come il controllo di una tecnologia strategica dipenda anche da statuti societari, incentivi economici e decisioni prese lontano dai riflettori.
La delusione attribuita ad Artificial nasce dunque dalla distanza fra la portata della vicenda e la capacità del film di darle una forma coerente. Il materiale non manca, così come non mancano i personaggi e i conflitti. Manca, secondo questa lettura critica, una gerarchia narrativa capace di distinguere ciò che serve a comprendere la crisi da ciò che appartiene soltanto alla cronologia degli eventi. La storia di OpenAI è già abbastanza inquietante senza bisogno di trasformarla in una profezia apocalittica; il suo elemento più interessante è la normalità con cui decisioni dal potenziale impatto globale vengono prese dentro organizzazioni private, sottoposte a pressioni commerciali e guidate da persone che non sempre condividono la stessa idea di responsabilità. Se il film non riuscirà a rendere visibile questo meccanismo, resterà soprattutto una cronaca illustrata di un conflitto che, nella realtà, ha cambiato il corso di una delle imprese tecnologiche più importanti del nostro tempo.