L’Europa vuole giocare una partita tecnologica che, almeno sulla carta, non è ancora perduta. Dopo aver mancato l’appuntamento con la leadership globale nell’intelligenza artificiale generativa, Bruxelles guarda al quantum computing come a una seconda possibilità. La Commissione europea si prepara a presentare il Quantum Act, una proposta legislativa attesa per novembre 2026, con un obiettivo che segna un cambiamento significativo nell’approccio alla politica industriale comunitaria: trasformare la superiorità scientifica europea in capacità produttiva, imprese competitive e infrastrutture tecnologiche capaci di operare su scala globale.

La notizia, anticipata da POLITICO sulla base di una bozza della proposta, ha un significato che supera il perimetro della ricerca quantistica. Per la prima volta, almeno con questa chiarezza, l’Unione europea sembra riconoscere che la propria strategia tecnologica non può essere costruita prevalentemente attraverso la produzione di norme. La regolamentazione dell’intelligenza artificiale ha contribuito a definire un modello europeo fondato sulla tutela dei diritti e sulla gestione del rischio, ma non ha prodotto un ecosistema industriale paragonabile a quello statunitense. Nel frattempo, le grandi piattaforme americane hanno consolidato il controllo sui modelli più avanzati, sulle infrastrutture cloud e su una parte decisiva della filiera dei semiconduttori. Pechino, dal canto suo, ha continuato a investire in una strategia industriale sostenuta direttamente dallo Stato. Bruxelles sembra ora intenzionata a cambiare priorità.

Il Quantum Act nasce proprio da questa consapevolezza. Il documento in preparazione punta a coordinare gli investimenti nazionali, sostenere le imprese europee e ridurre la frammentazione che da decenni impedisce alla ricerca continentale di trasformarsi in leadership commerciale. Il problema è noto a chiunque abbia seguito l’evoluzione tecnologica europea: università e centri di ricerca producono risultati di eccellenza, brevetti e competenze scientifiche, ma quando arriva il momento di costruire aziende capaci di competere internazionalmente, il capitale disponibile si riduce drasticamente. La distanza tra laboratorio e mercato diventa così il luogo in cui l’Europa perde una parte consistente del proprio vantaggio.

I numeri pubblicati dalla stessa Commissione europea aiutano a comprendere la dimensione del problema. La Quantum Europe Strategy, presentata nel luglio 2025, indica che l’Unione europea raccoglie appena il 5% degli investimenti privati globali nel settore, contro una quota superiore al 50% degli Stati Uniti. Il dato è particolarmente significativo perché arriva dopo oltre 11 miliardi di euro di finanziamenti pubblici europei destinati alle tecnologie quantistiche nei cinque anni precedenti. Non manca dunque la ricerca pubblica. Manca soprattutto la capacità di attrarre capitali privati sufficienti a sostenere le imprese quando devono abbandonare la dimensione sperimentale e affrontare i costi dell’industrializzazione. Shaping Europe’s digital future+2

C’è un’altra fotografia, ancora più interessante, che emerge da uno studio del Joint Research Centre della Commissione. Le aziende europee rappresentano circa il 32% delle imprese mondiali attive nelle tecnologie quantistiche, una quota superiore a quella statunitense, ma l’Europa produce soltanto il 6% dei brevetti globali nel settore. La Cina ne concentra il 46%, mentre gli Stati Uniti si attestano al 23%. Questi numeri suggeriscono che il problema europeo non sia l’assenza di competenze o di iniziative imprenditoriali. È piuttosto la difficoltà di convertire una presenza diffusa in proprietà intellettuale, prodotti industriali e posizioni dominanti nelle catene del valore. Essere il territorio nel quale nascono molte startup non significa necessariamente controllare la tecnologia che quelle startup sviluppano. Joint Research Centre+1

Il confronto con Washington rende il cambiamento di prospettiva ancora più evidente. Nel maggio 2026 il Dipartimento del Commercio statunitense ha annunciato lettere d’intenti per oltre 2 miliardi di dollari di incentivi federali destinati a nove aziende del comparto quantistico, attraverso il programma CHIPS and Science Act. Il sostegno riguarda direttamente la capacità produttiva e la risoluzione di problemi ingegneristici che impediscono di realizzare computer quantistici realmente scalabili. Non si tratta soltanto di finanziare università o pubblicare programmi di ricerca: il governo americano interviene nella costruzione di una filiera industriale, assumendo anche partecipazioni azionarie non di controllo nelle imprese beneficiarie. È una politica industriale esplicita, nella quale il capitale pubblico cerca di ridurre il rischio tecnologico e, contemporaneamente, di creare le condizioni per attirare investimenti privati. NIST+1

La bozza del Quantum Act sembra muoversi nella stessa direzione, proponendo un coordinamento europeo più incisivo e un sistema di domanda pubblica che favorisca l’acquisto di tecnologie sviluppate da imprese dell’Unione o da Paesi legati a Bruxelles da accordi strategici. Quest’ultimo punto è tutt’altro che marginale. Gli appalti pubblici possono diventare uno strumento di politica industriale, soprattutto in un settore nel quale i primi clienti sono spesso governi, infrastrutture critiche, centri di ricerca e grandi organizzazioni industriali. Una startup quantistica può avere una tecnologia promettente, ma senza contratti iniziali e ricavi sufficientemente prevedibili difficilmente riuscirà a finanziare la fase successiva del proprio sviluppo. Il mercato pubblico potrebbe quindi svolgere una funzione analoga a quella che la difesa e lo spazio hanno storicamente avuto nell’evoluzione di alcune tecnologie strategiche.

Resta da capire che cosa significhi concretamente competere nel quantum computing. A differenza dei computer tradizionali, che elaborano informazioni attraverso bit rappresentati da zero e uno, i sistemi quantistici utilizzano qubit, la cui natura permette di sfruttare fenomeni come la sovrapposizione e l’entanglement. Non significa che un computer quantistico sia semplicemente un computer tradizionale più veloce. La sua utilità riguarda specifiche classi di problemi, nei quali gli algoritmi quantistici possono offrire vantaggi difficilmente raggiungibili con le architetture convenzionali. La simulazione di molecole e materiali, alcuni problemi di ottimizzazione e determinate applicazioni nella chimica computazionale sono tra gli ambiti più promettenti. La scoperta di nuovi farmaci è una delle prospettive più citate, ma la traduzione di questi vantaggi in applicazioni commerciali su larga scala richiede ancora progressi importanti.

Il settore, inoltre, non ha ancora risolto il problema fondamentale della correzione degli errori. I qubit sono estremamente sensibili alle perturbazioni ambientali e possono perdere rapidamente le proprietà necessarie per eseguire calcoli affidabili. Per costruire macchine capaci di affrontare problemi industriali complessi servono architetture fault-tolerant, nelle quali numerosi qubit fisici vengono utilizzati per costruire qubit logici più affidabili. È proprio questa distanza tra prototipi funzionanti e sistemi industrialmente utili a determinare la dimensione degli investimenti necessari. Parlare di rivoluzione imminente è comprensibile sul piano delle aspettative finanziarie, ma sarebbe prematuro considerarla una certezza tecnologica.

La dimensione della sicurezza nazionale rende questa competizione ancora più delicata. Un computer quantistico sufficientemente potente e affidabile potrebbe, in prospettiva, compromettere alcuni degli algoritmi crittografici a chiave pubblica oggi utilizzati per proteggere comunicazioni, transazioni finanziarie e infrastrutture digitali. Il rischio riguarda in particolare gli algoritmi basati sulla fattorizzazione di grandi numeri e sul problema del logaritmo discreto. Non significa che le banche o le reti finanziarie siano destinate a diventare improvvisamente vulnerabili: la disponibilità di macchine quantistiche capaci di eseguire questi attacchi su scala pratica non è ancora una realtà. Ma il problema è già presente attraverso la strategia definita harvest now, decrypt later, secondo la quale un attore ostile può raccogliere oggi informazioni cifrate per tentare di decifrarle in futuro. Per questa ragione la transizione verso la crittografia post-quantistica è già una priorità per governi e operatori delle infrastrutture critiche. Il quantum computing non rappresenta quindi soltanto un’opportunità industriale, ma una questione di sicurezza e autonomia strategica.

L’Europa dispone di alcune realtà imprenditoriali che potrebbero beneficiare direttamente di questa nuova politica. La francese Alice & Bob lavora su architetture basate sui cosiddetti cat qubits, progettati per affrontare alcuni problemi legati alla correzione degli errori. La finlandese IQM Quantum Computers sviluppa sistemi quantistici superconduttivi e punta a rendere disponibili le proprie infrastrutture anche attraverso modelli di accesso commerciale. Sono imprese che dimostrano come il continente non sia privo di capacità industriali. Il punto è evitare che, una volta raggiunta una fase di maturità tecnologica, queste aziende debbano cercare negli Stati Uniti i capitali necessari per crescere, oppure finiscano acquisite da gruppi stranieri interessati soprattutto alla proprietà intellettuale e alle competenze sviluppate in Europa.

C’è poi una questione che il Quantum Act dovrà affrontare con particolare attenzione: il rapporto tra quantum computing e intelligenza artificiale. L’integrazione delle due tecnologie viene spesso presentata come un moltiplicatore di capacità computazionale, ma non esiste ancora una dimostrazione generale secondo cui i computer quantistici potranno accelerare qualsiasi processo di AI. Le applicazioni più interessanti potrebbero emergere dalla combinazione di calcolo tradizionale, acceleratori specializzati e processori quantistici, ciascuno impiegato dove offre un vantaggio misurabile. Si tratta di un’architettura ibrida, nella quale il quantum non sostituisce necessariamente GPU e CPU, ma potrebbe diventare una risorsa complementare per determinate elaborazioni scientifiche e industriali. Chi riuscirà a controllare questa infrastruttura avrà un vantaggio non soltanto nella ricerca, ma anche nella capacità di offrire servizi computazionali avanzati.

La scelta europea di non replicare nell’ambito quantistico l’impostazione normativa dell’AI Act appare quindi ragionevole. Una tecnologia infrastrutturale ancora in fase di sviluppo necessita innanzitutto di ricerca, sperimentazione, capacità produttiva e investimenti. Regolare anticipatamente ogni possibile applicazione rischierebbe di introdurre vincoli prima ancora che esistano prodotti commerciali consolidati. Questo non significa rinunciare alle garanzie di sicurezza, alla tutela dei dati o alle responsabilità connesse agli impieghi militari. Significa distinguere tra la disciplina di una tecnologia e quella dei suoi utilizzi. È una distinzione che Bruxelles avrebbe potuto applicare con maggiore lucidità anche nel dibattito sull’intelligenza artificiale.

La Commissione aveva già delineato questa ambizione nella Quantum Europe Strategy del luglio 2025, indicando il 2030 come orizzonte per costruire una posizione europea di leadership. Il Quantum Act dovrebbe rappresentare il passaggio dalla strategia alla capacità di esecuzione, completando un disegno che comprende infrastrutture di ricerca, linee pilota per la produzione di chip quantistici, formazione specialistica e collaborazione industriale. La proposta dovrà inoltre coordinarsi con il Chips Act e con le infrastrutture europee di supercalcolo sviluppate attraverso EuroHPC. Il rischio, tuttavia, è che il nuovo programma finisca per aggiungersi a una lunga serie di iniziative comunitarie senza riuscire a superare la divisione delle responsabilità e dei finanziamenti tra gli Stati membri. Shaping Europe’s digital future+2

La questione degli appalti europei sarà un banco di prova particolarmente importante. Favorire le imprese continentali può contribuire a creare un mercato iniziale, ma la domanda pubblica da sola non garantisce competitività internazionale. Servono prodotti che possano essere venduti anche fuori dall’Europa, modelli di business sostenibili e investitori disposti a finanziare imprese che potrebbero impiegare molti anni prima di raggiungere una redditività significativa. Occorre inoltre evitare che la preferenza per i fornitori europei diventi un meccanismo di protezione industriale incapace di premiare le soluzioni tecnologicamente migliori.

La differenza tra il successo e l’ennesima occasione mancata si misurerà soprattutto nella capacità di Bruxelles di mobilitare capitali privati e consentire alle aziende di crescere senza perdere il controllo delle proprie tecnologie. Il quantum computing è ancora una competizione aperta, come osservano gli stessi imprenditori del settore. Ma proprio questa apertura rende il momento attuale particolarmente importante. L’Europa non deve dimostrare di essere capace di produrre un’altra strategia ambiziosa. Deve dimostrare di saper trasformare una scoperta scientifica in un’impresa globale, prima che qualcun altro ne compri il brevetto, assuma i ricercatori e costruisca altrove la fabbrica. Dopo l’intelligenza artificiale, sarebbe difficile giustificare un secondo errore con la stessa spiegazione: avevamo la ricerca, ma ci mancava il mercato.

Fonti e documenti per approfondire:

Nota editoriale: il Quantum Act descritto nell’articolo è ancora una proposta in preparazione. I contenuti della bozza riportati da POLITICO non devono essere confusi con il testo legislativo definitivo. I dati sugli investimenti privati e sui brevetti sono riferiti a metriche e periodi differenti.