Robert LoCascio è una di quelle figure che non si accontentano di aver inventato qualcosa di grande. Dopo aver portato LivePerson a definire il concetto stesso di chat sul web nel 1997, nel 2023 ha deciso di lasciare il ruolo di CEO per lanciarsi nella sfida più complessa e filosoficamente destabilizzante che la tecnologia contemporanea potesse offrire: replicare l’essere umano. Ma non con un clone digitale alla maniera delle demo di Silicon Valley, piuttosto attraverso un modello personale capace di incarnare memoria, valori, tono di voce e decisioni di vita. Così è nata Eternos, poi ribattezzata Uare.ai, la startup che vuole ridefinire il concetto di identità nell’era dell’intelligenza artificiale generativa.
Il punto di partenza era malinconico: creare un’eredità digitale per chi desiderava lasciare un segno di sé dopo la morte. Il primo cliente, Michael Bommer, malato terminale, trascorse 25 ore raccontando la propria storia, dai momenti felici alle scelte morali più complesse, per costruire una versione digitale capace di continuare a parlare con i suoi cari. Ma la sorpresa arrivò subito dopo: la maggior parte degli utenti interessati a Eternos non stava preparando un testamento emotivo, bensì un potenziamento di sé stessi. L’idea di sopravvivere digitalmente era meno attraente di quella di moltiplicare la propria produttività, la propria presenza e, inevitabilmente, il proprio valore sul mercato.
Da quel cambio di prospettiva è nato il concetto chiave di Uare.ai: il Human Life Model, o HLM, una sorta di DNA cognitivo interamente basato sui dati e sulle narrazioni dell’individuo, senza alcuna dipendenza dai grandi modelli linguistici che alimentano i colossi come OpenAI, Google o Anthropic. LoCascio lo ha definito “la via per possedere davvero la propria intelligenza artificiale”, un’affermazione che suona come un manifesto politico più che tecnologico. L’idea di non essere materia prima per l’addestramento delle AI altrui, ma di possedere un modello personale, privato e potenzialmente monetizzabile, rappresenta una deviazione etica e industriale interessante.
L’operazione non è rimasta isolata. Con un finanziamento di 10,3 milioni di dollari guidato da Mayfield e Boldstart Ventures, Uare.ai ha ufficialmente debuttato come piattaforma destinata a professionisti e creatori di contenuti. L’obiettivo è ambizioso: consentire a ogni individuo di costruire il proprio gemello digitale, una sorta di alter ego operativo capace di produrre testi, gestire clienti, rispondere a domande o perfino completare progetti. In sostanza, l’AI personale come estensione scalabile dell’identità professionale.
La logica è semplice solo in apparenza. Uare.ai non si limita a creare chatbot “addestrati” su una biografia, ma chiede agli utenti di raccontarsi nel dettaglio, usando voce, testo e video. Le domande sono intime, quasi psicanalitiche: “Raccontami la tua infanzia”, “Qual è stato un bivio importante nella tua vita?”, “Cosa ti definisce come persona?”. I dati raccolti vengono poi fusi con informazioni fattuali sulla carriera, le competenze e le esperienze, generando un modello unico che riflette non solo il linguaggio, ma il modo di ragionare dell’individuo.
Ciò che differenzia Uare.ai da piattaforme come Character.ai o Replika è l’assenza di “scorciatoie” linguistiche. Se il modello non conosce la risposta a qualcosa che non rientra nella memoria dell’individuo, non inventa. Dice semplicemente “non lo so”. Una forma di onestà digitale che, paradossalmente, lo avvicina di più alla natura umana che alle AI tradizionali.
L’approccio, oltre che filosofico, è profondamente strategico. LoCascio intravede nella personal AI una nuova economia della conoscenza, dove ogni individuo può monetizzare il proprio modello personale, sia tramite abbonamenti, sia condividendo la propria replica con chi desidera interagire con essa a fini educativi, consulenziali o commerciali. In un mercato in cui la privacy e la proprietà dei dati sono diventate la moneta più preziosa, l’idea di un modello interamente “di proprietà” suona come una rivoluzione silenziosa.
Navin Chaddha di Mayfield, uno degli investitori principali, lo ha espresso chiaramente: “Uare.ai non punta ai creatori di massa, ma ai professionisti, ai consulenti, ai CPA, alle persone reali che costruiscono valore attraverso la propria esperienza diretta.” In altre parole, non un gioco per influencer digitali, ma uno strumento per chi vuole moltiplicare la propria produttività e presenza professionale senza rinunciare all’autenticità.
È interessante osservare come Uare.ai si posizioni in un panorama in cui giganti del venture capital stanno già scommettendo su progetti simili. Delphi, supportata da Sequoia, ha attirato personaggi come Arnold Schwarzenegger, offrendo la possibilità di interagire con la sua replica digitale per apprendere dal suo percorso. Tuttavia, Uare.ai insiste sulla purezza dei dati individuali e sulla proprietà del modello. È un dettaglio che, in un mondo sempre più attento al controllo dei dati, può fare la differenza tra un giocattolo e una rivoluzione culturale.
La vera domanda è cosa significhi tutto questo per la nozione stessa di identità. Se un modello riesce a rispondere come noi, a pensare secondo i nostri valori, e magari a continuare a generare ricchezza dopo la nostra morte, chi possiede quella coscienza digitale? Il proprietario legale? Gli eredi? O la rete che la ospita? LoCascio, con l’ironia di chi ha visto nascere e morire decine di mode tecnologiche, sembra divertirsi con il paradosso: “Non dobbiamo cedere i nostri dati per rendere intelligenti gli altri. Possiamo diventare noi stessi la nostra AI.”
Il sogno di Uare.ai è quello di un mondo popolato da migliaia di modelli personali, ognuno fedele al proprio creatore, che collaborano, producono e apprendono senza mai fondersi in un’unica intelligenza collettiva. Un’utopia individualista in tempi di piattaforme totalizzanti.
Ma c’è anche un lato ironico, quasi distopico, nel pensare a un futuro in cui le nostre versioni digitali continueranno a lavorare mentre noi, magari, ci prendiamo finalmente una pausa. Forse è la forma più avanzata di automazione: l’uomo che delega se stesso.