Se Isaac Asimov fosse vivo oggi probabilmente non scriverebbe più racconti di fantascienza. Aprirebbe un quotidiano economico, leggerebbe di IPO di robot umanoidi, di litio, rame e magneti permanenti, e direbbe qualcosa del tipo: ve l’avevo detto, solo che speravo di avere più tempo.

Io, Robot usciva nel 1950. Era un libro di racconti, ma soprattutto era un esperimento filosofico travestito da fantascienza. Asimov non era interessato ai robot come macchine, bensì come specchi. Specchi dell’uomo, delle sue paure, delle sue ambizioni e, soprattutto, della sua capacità di delegare responsabilità. Le Tre Leggi della Robotica non servivano a proteggere i robot, ma a tranquillizzare noi.

Oggi quelle leggi fanno sorridere. Non perché siano sbagliate, ma perché sono state superate dalla realtà. I robot non ci fanno più paura perché potrebbero ribellarsi. Ci inquietano perché iniziano a somigliarci troppo, mentre fanno cose molto concrete come lavorare, sollevare pesi, sostituire turni umani, consumare energia e soprattutto materiali.

Siamo arrivati all’era dei robot umanoidi. Non quelli da cinema, ma quelli da bilancio industriale. Persone in alluminio, con articolazioni di terre rare, batterie al litio come polmoni e algoritmi al posto del sistema nervoso. L’intelligenza artificiale, per la prima volta, ha messo i piedi per terra. Letteralmente.

Nel secondo semestre del 2025 questi umanoidi hanno smesso di essere prototipi da fiera tecnologica e hanno iniziato a comportarsi come un settore industriale maturo. Capitali in arrivo, roadshow finanziari, catene produttive, narrazione politica. La embodied AI è uscita dai laboratori ed è entrata nelle fabbriche. E come spesso accade, lo ha fatto parlando cinese.

La Cina è oggi il baricentro globale dei robot umanoidi. Non per una ragione sola, ma per una combinazione che Asimov avrebbe trovato elegantemente deterministica. Una filiera industriale completa, una politica industriale esplicita e un sistema finanziario pronto a trasformare prototipi in asset quotabili. Unitree, UBTech, AgiBot, Galbot. Nomi che oggi dicono poco al grande pubblico, ma che iniziano a comparire nei dossier degli investitori come comparivano Tesla o BYD dieci anni fa.

E mentre in Occidente discutiamo se i robot “ci ruberanno il lavoro”, in Cina li presentano come risposta alla carenza di manodopera, all’invecchiamento della popolazione e alla competizione strategica con gli Stati Uniti. Non sono solo macchine. Sono politica industriale con le gambe.

Ma qui Asimov torna utile. Perché nei suoi racconti il vero problema non era il robot che disobbediva, ma il sistema che lo aveva progettato. Oggi il nodo non è l’intelligenza artificiale in sé, ma tutto ciò che serve per darle un corpo. I materiali critici, per esempio. Litio, rame, cobalto, nichel, grafite, terre rare. Un robot umanoide pesa decine di chili e porta con sé una quantità di risorse che lo rende non solo un prodotto tecnologico, ma un concentrato geopolitico.

Secondo diverse stime, se anche la diffusione degli umanoidi fosse graduale, il fabbisogno di magneti e metalli potrebbe quadruplicare nei prossimi quindici anni. Qui la fantascienza lascia spazio all’economia politica. Chi controlla le miniere, le raffinerie, le supply chain? Chi decide cosa produrre, dove e a che prezzo? La competizione tra Stati Uniti e Cina sull’AI non si gioca solo sui modelli linguistici, ma sulle viscere della tecnologia. Sui materiali, sull’energia, sulle infrastrutture.

E poi c’è il lavoro. Tema antico quanto Io, Robot. I robot umanoidi nascono per fare ciò che l’uomo non vuole o non può più fare. Turni massacranti, mansioni ripetitive, ambienti ostili. Ma ogni volta che una macchina assume una forma umana, la domanda diventa inevitabile. Se cammina come noi, lavora come noi e occupa il nostro spazio, cosa resta a noi?

Asimov rispondeva con l’etica incorporata nel codice. Oggi l’etica è esterna, frammentata, spesso in ritardo. I robot non hanno diritti, ma generano doveri. Non provano emozioni, ma cambiano equilibri sociali. Non hanno coscienza, ma ridisegnano il valore del lavoro umano.

E infine c’è la dimensione più inquietante, quella che Asimov sfiorava appena e che oggi bussa con forza. L’uso militare. EngineAI e i robot da combattimento sono il promemoria che ogni tecnologia general purpose ha un doppio uso. Quando un ceo sale sul ring e viene messo al tappeto dal suo robot, il messaggio non è solo marketing. È potenza. È deterrenza. È il linguaggio della geopolitica tradotto in metallo.

Allora la domanda finale non è se i robot ci assomiglieranno. È se saremo noi pronti a convivere con entità che non sono né strumenti né soggetti, ma qualcosa nel mezzo. Asimov scriveva per capire l’uomo attraverso i robot. Oggi i robot servono a capire che tipo di società vogliamo costruire.

E forse la vera ironia è questa. Non stiamo creando umanoidi perché vogliamo imitare l’uomo. Li stiamo creando perché vogliamo capire cosa dell’umano è davvero insostituibile.

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