Il venture capital italiano ha smesso di parlare sottovoce. I numeri del 2025 raccontano una storia che fino a qualche anno fa sembrava più aspirazionale che reale: 1,5 miliardi di euro investiti, uno dei risultati migliori di sempre. E mentre qualcuno potrebbe archiviarlo come un exploit isolato, il primo trimestre del 2026 aggiunge un dettaglio interessante, 249 milioni di dollari raccolti in soli tre mesi. Non proprio un fuoco di paglia.

L’ecosistema cresce e, cosa ancora più rilevante, inizia a mostrare segnali di stabilità. Un termine che nel venture capital italiano non è mai stato esattamente di casa. Il valore complessivo delle aziende tech supera i 55 miliardi di euro, più del doppio rispetto al 2022, con circa 130.000 persone coinvolte. Certo non parliamo di Silicon Valley, ma nemmeno di un esperimento in fase beta.

Peraltro, la parola “unicorno” smette di sembrare esotica anche alle nostre latitudini: l’Italia ne conta 17, per un valore complessivo di 38 miliardi. Tra i nuovi ingressi del 2025 spiccano Prima e Namirial, segno che il mercato non si limita più a osservare, ma comincia a generare campioni domestici. Inoltre, Niulinx, spin-off del Politecnico di Milano, ha raccolto €32 milioni in seed, il più grande round seed europeo di sempre per la guida autonoma.

Nel frattempo, i capitali iniziano a distribuirsi su settori che raccontano bene dove sta andando l’innovazione: space economy, droni, guida autonoma, consumer tech e, naturalmente, intelligenza artificiale, che continua a catalizzare attenzione e investimenti. Nel 2025 ha raccolto 351 milioni di euro e ha raddoppiato il proprio valore dal 2022 al 2026, arrivando a 7,3 miliardi e 16.000 addetti. Numeri che iniziano a delineare un comparto industriale vero, non solo una promessa tecnologica.

Il contesto europeo aiuta. Con 16,2 miliardi investiti nel primo trimestre del 2026, il venture capital nel continente torna a crescere, trainato proprio dall’AI. L’Italia resta più piccola rispetto ai grandi hub, ma il gap si riduce. E soprattutto cambia la percezione: da mercato marginale a ecosistema emergente con ambizioni credibili.

A dare ulteriore slancio arriva Wave by Vento 2026, in programma a Torino dal 7 al 9 ottobre. Più che un semplice evento, una dichiarazione d’intenti. L’obiettivo è connettere startup italiane con capitali e talenti globali, trasformando l’ecosistema locale in un nodo della rete internazionale dell’innovazione.

Il parterre parla da solo. Nomi come Dario Amodei, co-fondatore e CEO di Anthropic, John Elkann (Exor, Stellantis & Ferrari), Jony Ive (ex Apple, LoveFrom), Antonio Filosa (Stellantis), Joe Tsai (Alibaba Group) e Anas Biad (Sequoia Capital) raccontano un’ambizione chiara: portare il mondo a Torino, non solo mandare le startup italiane all’estero.

Secondo Diyala D’Aveni, Ceo di Vento, la crescita dell’ecosistema italiano non è un caso ma il risultato di un’evoluzione progressiva. Più capitali, fondatori più ambiziosi, aziende che crescono più rapidamente. Il sistema resta più piccolo rispetto ad altri Paesi europei, ma sta diventando sempre più rilevante su scala internazionale.

Il quadro che emerge è quello di un’Italia che, lentamente ma con una certa ostinazione, sta imparando a giocare la partita del venture capital. Senza proclami eccessivi, ma con numeri che iniziano a pesare. L’ironia, se proprio serve, è che per anni si è detto che mancavano capitali, visione e coraggio. Ora che qualcosa si muove davvero, il rischio è quasi quello opposto: accorgersene troppo tardi. Nel frattempo, il sistema cresce e, per una volta, lo fa senza chiedere il permesso.