Washington ha appena dimostrato che, quando un’arma giuridica viene disinnescata, basta aprire il cassetto e sceglierne un’altra. Dopo che la Corte Suprema statunitense ha limitato l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act per imporre dazi generalizzati, l’amministrazione Trump ha risposto con una delle più ampie offensive tariffarie degli ultimi anni, colpendo sessanta economie, dalla Cina al Giappone, dalla Corea del Sud all’India, fino all’Unione Europea. La giustificazione ufficiale è una nuova indagine condotta ai sensi della Section 301 del Trade Act del 1974 sul lavoro forzato nelle catene di fornitura globali. La motivazione politica, invece, appare molto più ampia: mantenere intatta la capacità della Casa Bianca di usare i dazi come principale strumento di negoziazione economica e geopolitica.

I nuovi prelievi, compresi tra il 10 e il 12,5%, arrivano proprio mentre stava per scadere la tariffa temporanea del 10% introdotta in precedenza. La scelta del calendario non è casuale. L’obiettivo era evitare qualsiasi vuoto normativo che potesse ridurre la pressione commerciale sugli importatori. In pratica, cambia la base giuridica ma non cambia la sostanza. Se una porta viene chiusa dai tribunali, se ne apre immediatamente un’altra attraverso una diversa legge federale.

L’argomento del lavoro forzato possiede un vantaggio strategico difficilmente contestabile sul piano dell’opinione pubblica. Nessun governo occidentale può difendere apertamente produzioni ottenute con lo sfruttamento della manodopera. Questo trasforma una misura protezionistica in una battaglia morale, almeno nella comunicazione ufficiale. Il risultato è una narrativa politicamente molto più efficace rispetto ai tradizionali richiami al deficit commerciale o alla sicurezza nazionale.

La realtà economica resta però più complessa. Numerosi analisti considerano questa motivazione soprattutto un contenitore giuridico entro il quale inserire una politica commerciale già decisa. L’amministrazione Trump non ha mai nascosto la convinzione che i dazi rappresentino uno strumento permanente di politica industriale piuttosto che una misura temporanea di riequilibrio. Cambia il motivo, non cambia la filosofia. La politica commerciale americana continua a privilegiare la leva tariffaria come mezzo per riportare capacità produttiva negli Stati Uniti, aumentare il potere negoziale verso gli alleati e contenere la crescita industriale cinese.

Anche la lista dei paesi colpiti racconta una storia diversa da quella ufficiale. Se davvero il criterio fosse esclusivamente il lavoro forzato, diventa difficile spiegare perché vengano coinvolte economie avanzate come Svizzera, Giappone, Corea del Sud o l’intera Unione Europea con aliquote fino al 12,5%, mentre Canada, Regno Unito, India, Indonesia e Messico ricevono comunque un ulteriore 10% sopra le altre tariffe già esistenti. Il messaggio implicito è semplice: nessun partner commerciale viene considerato davvero esente dalla possibilità di nuove restrizioni.

Il caso del Brasile rende ancora più evidente questa impostazione. Washington ha imposto dazi del 25% su una parte significativa delle importazioni brasiliane nonostante gli Stati Uniti registrino un consistente surplus commerciale nei confronti del paese sudamericano. Nel 2025 il saldo positivo americano ha superato i 14 miliardi di dollari. È difficile sostenere che esista un’emergenza commerciale quando il paese che introduce i dazi vende già molto più di quanto acquisti. Evidentemente il deficit commerciale non è più il parametro decisivo.

Lo stesso vale per il Canada, dove Trump ha persino rispolverato la quasi dimenticata Section 338 del Tariff Act del 1930, una norma nata durante la Grande Depressione e mai utilizzata prima. Il semplice fatto che oggi venga recuperata dimostra fino a che punto l’amministrazione sia disposta a esplorare ogni possibile fondamento legislativo pur di mantenere ampia libertà d’azione. Gli Stati Uniti stanno costruendo un vero arsenale normativo nel quale ogni legge commerciale può diventare, all’occorrenza, un nuovo lanciatore di dazi.

I mercati finanziari, questa volta, hanno reagito con molta più freddezza rispetto al cosiddetto “Liberation Day” del 2025. Non perché i dazi siano diventati economicamente irrilevanti, ma perché l’effetto sorpresa si è progressivamente consumato. Gli investitori hanno imparato che ogni annuncio può essere modificato, sospeso, corretto o sostituito nel giro di poche settimane. L’incertezza è diventata una variabile strutturale anziché un evento straordinario.

Ed è proprio questa volatilità il costo più elevato. Le imprese riescono ad assorbire un dazio noto e stabile calcolandolo nei prezzi, nei margini e nei contratti di lungo periodo. Molto più difficile è pianificare investimenti quando le regole cambiano continuamente, passando da una legge all’altra e da una giustificazione politica a quella successiva. Il capitale resta fermo, i progetti industriali vengono rinviati e le aziende accumulano liquidità invece di investirla.

Alcuni settori, come semiconduttori, acciaio e farmaceutica, stanno effettivamente riportando capacità produttiva negli Stati Uniti grazie agli incentivi e alla protezione tariffaria. Tuttavia il quadro complessivo rimane meno entusiasmante della narrativa politica. L’occupazione manifatturiera americana non ha mostrato quella rinascita promessa durante la campagna elettorale e numerosi importatori, soprattutto di piccole e medie dimensioni, non possiedono le risorse necessarie per rilocalizzare la produzione. Più che riportare le fabbriche in patria, stanno cercando fornitori alternativi e aumentando le scorte per sopravvivere all’incertezza.

Sul fronte cinese la risposta diplomatica è rimasta prevedibilmente critica, con Pechino che ha ribadito la propria opposizione ai dazi unilaterali. Al tempo stesso, le trattative bilaterali sembrano proseguire senza particolari scosse. I contatti tra il ministro degli Esteri Wang Yi e il segretario di Stato Marco Rubio, insieme ai lavori per l’istituzione di nuovi organismi commerciali congiunti e alla prevista visita di Xi Jinping negli Stati Uniti a settembre, indicano che entrambe le potenze stanno ormai separando il conflitto tariffario dal dialogo strategico.

Il commercio internazionale sta entrando in una fase curiosa, nella quale le regole vengono continuamente reinterpretate per consentire ai governi di perseguire obiettivi industriali, geopolitici e tecnologici. Le organizzazioni multilaterali perdono centralità mentre ogni capitale nazionale costruisce strumenti propri, spesso piegando norme nate mezzo secolo fa a esigenze completamente diverse. Il libero mercato continua a essere celebrato nei discorsi ufficiali, ma viene amministrato con una quantità crescente di eccezioni, deroghe e clausole speciali.

L’aspetto più paradossale è che nessuno sembra più discutere se i dazi siano un’eccezione oppure la nuova normalità. La discussione riguarda ormai soltanto quale legge utilizzare per introdurli. È probabilmente il segnale più chiaro della trasformazione dell’economia globale: il protezionismo non ha più bisogno di chiedere il permesso. Gli basta trovare un nuovo articolo di legge.