L’Università di Trento ha intitolato oggi, 1 ottobre 2026, gli spazi di ricerca degli edifici 10 e 14 di Progetto Manifattura a Rovereto a Valentino Braitenberg, neuroscienziato, cibernetico e protagonista di una stagione scientifica nella quale i confini tra biologia, tecnologia e filosofia erano ancora territori da esplorare, non categorie da trasformare in dipartimenti. Nasce così il Braitenberg Brain Research Hub, una denominazione che non si limita a celebrare la memoria di uno scienziato, ma restituisce una precisa identità culturale alla ricerca neuroscientifica dell’Ateneo trentino, nel centenario della sua nascita.

La cerimonia ha riunito rappresentanti dell’Università, della Provincia autonoma di Trento e del Comune di Rovereto, insieme a ricercatori, collaboratori e persone che hanno condiviso con Braitenberg un percorso intellettuale e umano. Tra loro la figlia Carla. Particolarmente significativo l’intervento di Giorgio Vallortigara, che ha ricordato come lo sviluppo del polo roveretano delle scienze cognitive sia legato anche alla presenza e all’iniziativa di Braitenberg. «Non è solo un omaggio formale: è la chiusura di un cerchio», ha dichiarato, sottolineando una continuità scientifica che attraversa il Laboratorio di Scienze cognitive, il Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e il CIMeC.

Il rettore Flavio Deflorian ha ricondotto l’intitolazione alle origini del progetto universitario di Rovereto, avviato nel 1998, quando Braitenberg fu chiamato dall’allora rettore Massimo Egidi a guidare il neonato Laboratorio di Scienze cognitive. Da quel primo nucleo è progressivamente maturato un ecosistema di ricerca che oggi rappresenta una delle esperienze interdisciplinari più riconoscibili dell’Ateneo. Il nuovo hub assume quindi una funzione che supera la dimensione commemorativa: rende visibile il rapporto tra una storia scientifica individuale e la costruzione di un’infrastruttura pubblica della conoscenza.

Il riferimento a Braitenberg, tuttavia, acquista un significato particolare proprio nel momento in cui l’intelligenza artificiale sta riportando al centro del dibattito scientifico questioni che la cibernetica aveva affrontato con sorprendente anticipo. Che cosa significa comprendere? Quando un comportamento può essere considerato intelligente? Quale relazione esiste tra struttura biologica, elaborazione dell’informazione e manifestazione di comportamenti apparentemente intenzionali? Sono interrogativi che oggi attraversano laboratori di intelligenza artificiale, neuroscienze computazionali e robotica, ma che Braitenberg aveva già affrontato attraverso un metodo intellettuale radicalmente diverso dalla specializzazione contemporanea.

Nato a Bolzano nel 1926, Braitenberg sviluppò una carriera internazionale che lo portò dagli studi di medicina, neurologia e psichiatria a Innsbruck e Roma alla Yale School of Medicine, dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della cibernetica, tra cui Norbert Wiener e Warren McCulloch. Nel 1958 si trasferì a Napoli, invitato da Edoardo Caianiello a partecipare alla fondazione dell’Istituto di Cibernetica. Dieci anni dopo raggiunse Tubinga, dove contribuì alla nascita dell’Istituto Max Planck per la Cibernetica Biologica insieme a Werner Reichardt, assumendone successivamente la direzione fino al pensionamento nel 1994.

La sua ricerca si concentrava sull’organizzazione anatomica del sistema nervoso, sulle regolarità quantitative delle connessioni neuronali e sulle capacità computazionali emergenti dalle strutture biologiche. Braitenberg non osservava il cervello come un semplice oggetto anatomico, ma come un sistema organizzato nel quale la disposizione delle connessioni poteva rivelare principi di funzionamento. Il suo interesse per il cervelletto, per la precisione temporale dei circuiti nervosi e per i sistemi neuronali relativamente semplici, come quello visivo degli insetti, rifletteva una convinzione metodologica: anche strutture apparentemente elementari possono contenere una complessità funzionale capace di mettere in discussione le nostre categorie interpretative.

Questa impostazione trovò una delle sue espressioni più originali nel libro I veicoli pensanti, pubblicato nel 1984 con il titolo originale Vehicles: Experiments in Synthetic Psychology. Braitenberg immaginava automobili elementari, dotate di sensori e motori, nelle quali semplici collegamenti tra percezione e movimento producevano comportamenti progressivamente più complessi. Non servivano architetture sofisticate, né una rappresentazione simbolica del mondo: bastavano connessioni tra sensori e attuatori, opportunamente organizzate, per generare risposte che un osservatore umano avrebbe interpretato come manifestazioni di aggressività, paura, amore o curiosità.

Il punto scientificamente interessante non era attribuire emozioni alle macchine, ma mostrare quanto facilmente l’essere umano proietti intenzionalità e stati mentali su sistemi il cui funzionamento interno può essere sorprendentemente semplice. Una lezione che nell’attuale industria dell’intelligenza artificiale conserva una rilevanza quasi scomoda. I modelli generativi producono conversazioni articolate, simulano forme di ragionamento e costruiscono risposte che sembrano esprimere comprensione; tuttavia, l’apparenza comportamentale non risolve automaticamente la questione dei meccanismi sottostanti. Braitenberg avrebbe probabilmente trovato interessante osservare quanto rapidamente la complessità dell’interazione venga trasformata, nel discorso pubblico, in una dichiarazione sulla natura dell’intelligenza.

La sua intuizione più fertile consisteva nel separare ciò che un sistema fa da ciò che immaginiamo che sia. I veicoli pensanti dimostravano che comportamenti apparentemente sofisticati possono emergere da architetture relativamente semplici, mentre la nostra interpretazione tende ad attribuire loro una profondità psicologica che non è necessariamente presente. Nell’era dei grandi modelli linguistici, questa distinzione diventa essenziale per evitare che la qualità dell’interfaccia venga confusa con la comprensione dei processi cognitivi. Una macchina può sembrare intelligente senza che questo autorizzi, da solo, conclusioni sulla sua esperienza soggettiva o sulla natura della sua intelligenza.

Il nuovo Braitenberg Brain Research Hub nasce dunque in un momento nel quale il dialogo tra neuroscienze e intelligenza artificiale richiede meno slogan e più ricerca fondamentale. Il direttore del nuovo Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive, Gianluca Esposito, ha definito l’avvio della nuova struttura come l’inizio di un «DiPSCo 2.0», una comunità scientifica più integrata, nella quale convergono ricerca psicologica, cognitiva e neuroscientifica. L’obiettivo dichiarato è mantenere una continuità tra le diverse discipline, valorizzando la curiosità e la libertà del pensiero che hanno caratterizzato il lavoro di Braitenberg.

Anche la sindaca di Rovereto, Giulia Robol, ha richiamato il rapporto tra la città e le personalità scientifiche che hanno contribuito alla sua crescita, mentre il vicepresidente provinciale Achille Spinelli ha evidenziato il ruolo della collaborazione tra Provincia, Università e Trentino Sviluppo nel consolidamento delle infrastrutture di ricerca. Il progetto si inserisce in una strategia territoriale che considera la conoscenza non soltanto un patrimonio accademico, ma anche una componente della capacità di attrarre talenti, costruire competenze e generare innovazione.

Resta però una frase di Braitenberg a offrire la chiave più autentica per comprendere il significato dell’intitolazione: «Io sono uno per il quale capire è stato sempre più importante che sapere». Non è una distinzione retorica. Sapere significa accumulare informazioni, comprendere significa cercare relazioni, costruire ipotesi, metterle alla prova e accettare che una spiegazione possa essere modificata. In un’economia tecnologica sempre più dipendente dalla velocità di produzione delle risposte, questa differenza assume anche un valore strategico.

Vallortigara ha ricordato che molti dei ricercatori oggi presenti a Rovereto devono a Braitenberg la possibilità di svolgere il proprio lavoro. Il suo lascito, tuttavia, non si misura soltanto nelle istituzioni che ha contribuito a costruire o nei libri che ha scritto. Si trova soprattutto in un modo di guardare il mondo, senza considerare invalicabili i confini tra discipline e senza confondere la complessità di una domanda con la necessità di una risposta spettacolare. Il Braitenberg Brain Research Hub porta così il nome di uno scienziato che ha dedicato la propria esistenza a capire come nasce il comportamento intelligente, ricordando alla ricerca contemporanea che costruire macchine capaci di agire è importante, ma comprendere perché agiscono resta un’impresa scientifica ancora aperta.