La moda ha già giocato, quasi completamente, la partita che l’intelligenza artificiale sta giocando. Ecco perché guardare l’una aiuta a capire in anticipo l’altra.
Non ho mai giocato a Go, e lo dico non solo per onestà ma perché è il punto di partenza utile di questo ragionamento: si può imparare moltissimo di un gioco osservandolo da fuori, a patto di non pretendere di conoscerne i tecnicismi. Del weiqi – così lo chiamano in Cina, “il gioco dell’assedio” – mi basta sapere questo: non esistono pezzi che valgono più di altri. Non c’è, come nel gioco degli scacchi, una regina da proteggere o un re la cui caduta significhi la fine. Esistono soltanto pietre, tutte identiche, il cui valore nasce esclusivamente dalla posizione che occupano e dalla rete di relazioni che riescono a costruire con quelle già posate. È un gioco che si vince, da quanto ho capito, non distruggendo l’avversario pezzo per pezzo, ma occupando uno spazio prima che si sia ancora delineato. Chi osserva una partita di Go a metà del suo corso vede, spesso, soltanto punti sparsi su una scacchiera che sembra vuota. Chi la sa analizzare vede già i potenziali territori.
È questa l’immagine che ho tenuto in mente scrivendo le pagine che seguono. Un articolo che nasce da una domanda sulla moda, e nella moda trova, credo, la sua dimostrazione più completa e più visibile. Ma da questa disamina ho traslato il ragionamento, spostando lo sguardo sull’intelligenza artificiale: non perché sia un argomento diverso, ma perché è, quasi sorprendentemente, lo stesso identico gioco, su un’altra scacchiera, in un momento in cui la partita è iniziata da pochi anni.
La culla della conoscenza non è un titolo di proprietà
Chi ha dato i natali ad un sistema tende a credere che gliene appartenga, per diritto sotteso, anche nell’età adulta. È un’illusione che la storia smentisce con una regolarità che dovrebbe insegnarci più umiltà di quanta ne mostriamo: Venezia dominò le rotte del Mediterraneo per secoli, prima che l’Atlantico spostasse altrove il centro del mondo; Firenze fu capitale di un sistema bancario che oggi si misura tra Wall Street, Shanghai e Singapore; Manchester incendiò la prima rivoluzione industriale e la vide, nel giro di due generazioni, migrare su altri continenti senza più tornare. Fernand Braudel ha insegnato a pensare la storia su tempi lunghi – la cosiddetta longue durée: non l’evento isolato, ma la lenta sedimentazione di strutture che si spostano quasi silenziosamente. Letta con quella lente, la rendita di posizionamento non è mai una proprietà acquisita. È piuttosto come un prestito, e in quanto tale va restituito oppure rinnovato, lavorando. Chiamiamola sindrome della culla della conoscenza: la convinzione che avere generato qualcosa equivalga a poterne dirigere per sempre il destino. Nessun settore la illustra con altrettanta chiarezza, e altrettanta urgenza, quanto la moda europea.
Il know-how che abbiamo esportato
Ricordo bene la parola che, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, cominciò a circolare nelle aziende del fashion system con la tranquillità di chi crede di avere trovato l’unica equazione possibile: delocalizzazione. Produrre altrove costava meno; l’Europa avrebbe conservato ciò che contava – creatività, progettazione, distribuzione, marchio – mentre altrove ci si sarebbe limitati ad eseguire. Noi avremmo pensato. Loro avrebbero fatto. Era una divisione del lavoro rassicurante, quasi geniale nella sua semplicità. Invece era, insieme, ingenua fino al punto di essere pericolosa, perché dimenticava un principio che il filosofo della scienza,
Michael Polanyi, rese proverbiale in una manciata di parole: sappiamo sempre più di quanto riusciamo a dire. Il sapere tacito, quello che si deposita nelle mani, negli errori corretti, nei gesti ripetuti migliaia di volte finché non diventano automatici, non si trasferisce con un contratto di fornitura. Si costruisce solo e soltanto lavorando. Ogni ordine trasmesso ad un laboratorio cinese insegnava qualcosa a chi lo eseguiva: come tagliare un tessuto difficile, come correggere una tolleranza, come interpretare un fitting rifatto tre volte prima di essere approvato. La produzione non è mai stata un’esecuzione silente. È sempre stata una scuola, e la ricerca storica sull’industria dell’abbigliamento cinese lo documenta con precisione: non un paese rimasto fermo nel ruolo di braccia a basso costo, ma un sistema che ha accumulato, commessa dopo commessa, competenza produttiva, poi tecnologica, poi organizzativa, infine di mercato. Ed il know-how non viaggia in papers e proclami. Migra attraverso il fare. E per trent’anni l’Europa ha continuato ad impartire lezioni, convinta di trasmettere soltanto ordini di produzione a laboratori ed aziende cinesi.
L’etichetta Made in China, per la sensibilità occidentale, conserva ancora un riflesso quasi pavloviano: grande quantità, prezzo basso, imitazione, velocità. È un’immagine che il presente ha già superato, e chi continua ancora a fidarsene guarda soltanto la pietra isolata, non la sua posizione sulla scacchiera del Go. Nel 2026 il governo cinese ha varato un piano triennale dedicato alla costruzione di marchi di eccellenza nel tessile e nell’abbigliamento. Non un piano per aumentare i volumi, ma un documento che intreccia innovazione, qualità, proprietà intellettuale e capacità del marchio di trasmettere valore culturale. La sequenza esatta che Roland Barthes, molto prima che la moda diventasse materia di analisi strategica, aveva già isolato studiandola come sistema di segni: un capo non comunica soltanto attraverso il tessuto che lo compone, ma attraverso l’intero racconto – storico, sociale, estetico – che qualcuno decide di costruirgli intorno.
— La manifattura diventa cultura di prodotto
— La cultura di prodotto diventa innovazione
— L’innovazione diventa proprietà intellettuale
— La proprietà intellettuale diventa marchio
— Il marchio va a caccia, infine, di desiderabilità
È esattamente qui che l’Europa dovrebbe smettere di sentirsi al riparo. Per decenni abbiamo dato per scontato che la desiderabilità fosse la nostra rendita più sicura: si poteva industrializzare un tessuto altrove, ma sarebbe stata Milano a decidere cosa, di quel tessuto, diventasse moda; si poteva assemblare una borsa in una manifattura lontana dall’Europa, ma sarebbe stata Parigi ad insegnare al mondo perché
desiderarla. La Cina fabbricava. Noi possedevamo, credevamo, il significato. Ma ci sono casi che vale la pena raccontare non perché già terminati, ma perché ancora aperti e proprio per questo istruttivi. ICICLE, ad esempio, nasce a Shanghai nel 1997 come marchio pensato per un pubblico domestico attento alla sostenibilità dei materiali naturali – lino, cotone organico, lana non trattata – con un’estetica sobria, qualcuno direbbe minimal, lontanissima dallo stereotipo del lusso appariscente che ancora molti in Occidente associano al mercato cinese. Da lì il marchio ha costruito, in circa un trentennio, una rete domestica capillare ed una presenza europea; ha acquisito la maison francese Carven; ha ricevuto un investimento di minoranza da Kering, uno dei più importanti gruppi del lusso mondiale; e recentemente ha affidato la propria direzione creativa a Sabato De Sarno, dal 2023 al 2025 alla guida creativa di Gucci.
Ad oggi, quella di ICICLE non è, ancora, una storia di conquista completa: la sua espansione internazionale resta una sfida aperta, ed il mercato europeo rappresenta ancora una porzione limitata del suo fatturato complessivo. Ma è precisamente per questo che il caso merita più attenzione di quanta meriterebbe un trionfo già acclarato. Non dimostra che la Cina abbia conquistato il lusso globale. Dimostra che sta imparando, pezzo dopo pezzo e pietra dopo pietra, a costruire ogni singolo elemento della catena che un tempo credevamo appartenerci per una sorta di primogenitura: manifattura, cultura di prodotto, distribuzione, capitale, internazionalizzazione, direzione creativa, marchio, desiderabilità. Non sono più compartimenti separati, cominciano, uno dopo l’altro, a toccarsi.
C’è, in questo disegno, un’ironia sottile che l’Italia dovrebbe cogliere prima di chiunque altro. Fu Walter Albini, negli anni Settanta, ad intuire per primo che il nome di un creativo potesse convivere con la logica industriale del prêt-à-porter senza che l’uno tradisse l’altro. Un’intuizione da cui nacque, in larga parte, il modello che ha reso l’Italia una potenza della moda per mezzo secolo. Valentino Garavani, dall’altra sponda dell’alta moda, dimostrò che un’eleganza costruita su misura potesse restare rilevante anche nell’epoca della produzione di massa, purché non smettesse mai di reinventare il proprio linguaggio. Sono esattamente le due lezioni – industria che dialoga con la creatività, tradizione che si rimette continuamente in discussione – che oggi ritroviamo, quasi punto per punto, nel modo in cui un marchio nato a Shanghai sta costruendo la propria credibilità internazionale. Non dovrebbe sorprendere a questo punto, dovrebbe, semmai, inquietare un po’.

Il retail che non ha più pareti
C’è un’ultima pietra, forse la più difficile da vedere perché non ha una forma tangibile: riguarda il luogo in cui il desiderio, oggi, prende forma prima ancora di trasformarsi in acquisto. Marshall McLuhan scrisse che il medium è il messaggio, che la forma attraverso cui un contenuto ci raggiunge conta, spesso, più del contenuto stesso. Applicata al presente, l’osservazione illumina qualcosa che riguarda la moda più di quanto un tempo si sarebbe potuto immaginare: le piattaforme cinesi non sono la traduzione orientale dei nostri social network. Alcune hanno costruito ecosistemi nei quali contenuto, ricerca, creator, raccomandazione algoritmica, community e commercio non si limitano a convivere. Si fondono in un’unica esperienza continua. Xiaohongshu, conosciuta fuori dalla Cina come RED, è l’esempio più eloquente. L’analisi che deve farci riflettere non è quante persone la utilizzino, ma cosa accada realmente dentro quello spazio: un consumatore vi cerca ispirazione, osserva come altri indossano un capo, confronta esperienze reali, incontra un marchio che non conosceva e contemporaneamente, senza uscire dall’app, trasforma quella scoperta in desiderio ed il desiderio in acquisto. Il marchio non è più necessariamente il primo autore della propria narrazione. Diventa un partecipante dentro un sistema che produce significato attraverso piattaforma, algoritmo, creator e comunità. Un sistema che decide, in una certa misura, cosa valga la pena desiderare prima ancora che il marchio abbia potuto raccontarlo a modo suo. Messe una accanto all’altra, queste pietre compongono un disegno che sarebbe disonesto continuare a chiamare semplicemente “delocalizzazione”. Prima abbiamo trasferito la produzione. Poi abbiamo visto crescere la capacità industriale, poi la tecnologia, poi i marchi. Ora anche l’infrastruttura attraverso cui un prodotto viene
scoperto, interpretato, desiderato. La moda, in altre parole, ha già giocato, quasi per intero, la partita di cui altri settori temono ancora l’apertura.
Dalla moda all’algoritmo
Ed è a questo punto che i percorsi di due settori si incrociano per similitudine. Tuttavia la tentazione sarebbe di pensare che questa storia riguardi soltanto moda, sfilate e piattaforme di lifestyle. Ma non è così. Lo stesso identico disegno – trasferimento di produzione, accumulo di competenza, salto di qualità nel prodotto, costruzione di piattaforme proprie – si sta ripetendo, con qualche anno di ritardo ed una velocità nettamente maggiore, nell’intelligenza artificiale. Vale la pena guardarlo, se non altro perché la moda, in questo confronto, funziona come un caso già in buona parte concluso, ma attraverso cui leggere in anticipo una partita ancora aperta.
Per anni il racconto occidentale dell’AI è stato, in sostanza, un racconto americano: Silicon Valley, venture capital, GPU, big tech, foundation model, scaling. E su molte di queste dimensioni gli Stati Uniti conservano davvero un vantaggio enorme: nel 2025 gli investimenti privati americani nell’AI hanno raggiunto 285,9 miliardi di dollari, contro i 12,4 miliardi cinesi, e gli Stati Uniti hanno prodotto 59 modelli considerati rilevanti contro i 35 cinesi. Se ci si ferma a queste cifre, anche questa partita potrebbe sembra già chiusa – esattamente come sembra chiusa quella della moda, nonostante tanti anni fa l’Occidente pensava di avere ceduto, a basso costo, soltanto la produzione.
Ma se si allarga lo sguardo la Cina guida per volume di pubblicazioni scientifiche sull’AI, per citazioni e per brevetti; nel 2024 ha installato il 54% dei robot industriali di tutto il pianeta, più del resto del mondo messo insieme. Ed il divario prestazionale tra i migliori modelli dei due paesi si è ridotto in modo drastico: secondo lo Stanford AI Index 2026, a marzo il vantaggio statunitense era sceso ad appena il 2,7%, dopo un anno in cui i sistemi dei due paesi si erano alternati ai vertici delle classifiche. C’è, in questa traiettoria, qualcosa che Joseph Schumpeter avrebbe riconosciuto immediatamente. La scarsità, quando incontra un vincolo – nel caso cinese, le restrizioni sull’accesso ai semiconduttori più avanzati ed una disponibilità di capitale privato incomparabilmente inferiore a quella americana – può trasformarsi in pressione verso l’efficienza, invece che in paralisi: una forma di distruzione creatrice applicata non ai mercati, ma ai modelli di business stessi. DeepSeek, Alibaba, Z.AI, MiniMax ed altri attori non stanno cercando di replicare la macchina americana sotto una bandiera diversa. Stanno esplorando un rapporto diverso fra prestazioni, costo ed apertura, e Reuters ha osservato come questa competizione stia esercitando
una pressione radicale sull’intera economia dell’AI, attraverso modelli più economici e strategie open-weight, pur restando ancora da dimostrare, su questa strada, la sostenibilità finanziaria.
Nessuno, sia chiaro, deve concludere che la Cina domini già ogni livello dell’intelligenza artificiale. Dipende ancora da componenti critiche della catena globale dei semiconduttori, soffre le restrizioni sui chip più avanzati, dispone di una capacità di investimento privato incomparabilmente minore rispetto a quella statunitense. Persino Huawei riconosce che il divario nell’hardware limita ancora le capacità domestiche. Sarebbe tanto disonesto raccontare questa partita come già vinta, quanto lo sarebbe stato, tanti anni fa, raccontare quella della moda come già persa per l’Occidente. Ma il punto, di nuovo, non è la singola pietra della scacchiera. AI, robotica, manifattura, semiconduttori, cloud, veicoli autonomi, piattaforme, e-commerce, dati, applicazione industriale: non serve essere primi ovunque, contemporaneamente. Serve che le pietre comincino a parlarsi tra loro, la stessa esatta condizione che ha reso possibile il percorso di ICICLE e la centralità di RED.
“Studia il passato, se vuoi immaginare il futuro.”
— aforisma attribuito a Confucio
Qui è necessaria una cautela che vale per entrambi i settori, non solo per l’AI: sarebbe facile cedere ad una spiegazione antropologica pigra: “i cinesi sono fatti così e gli occidentali sono fatti cosà”. Edward Said ha dedicato un intero corpo di pensiero a smontare precisamente questa tentazione: l’idea di un Oriente essenziale, immutabile, contrapposto ad un Occidente altrettanto essenziale, è quasi sempre una costruzione retorica più che una descrizione della realtà. Le civiltà non possiedono un DNA strategico scritto una volta per tutte. Sia ben chiaro utilizzo “Oriente” ed “Occidente”, in questo articolo, come lenti e non come principio o divisioni razziali.
Sul lato europeo, la stessa grammatica si ripete con un’esattezza quasi imbarazzante. L’Europa possiede università, ricerca scientifica avanzata, industria di precisione, capitale umano, asset tecnologici che non hanno equivalenti altrove, eppure la distanza sul frontier AI resta evidente, e sul fronte infrastrutturale il divario è ancora più netto: l’Europa dispone di una frazione della capacità computazionale globale rispetto agli Stati Uniti. Mario Draghi lo ha scritto con una chiarezza che dovrebbe risparmiarci l’ennesimo convegno sull’innovazione: l’intelligenza artificiale non esiste isolata, richiede l’orchestrazione di cloud, supercalcolo, cybersicurezza, reti avanzate, capitale. Zygmunt Bauman avrebbe forse riconosciuto, in questa esigenza di
orchestrazione, il tratto proprio di una “modernità liquida”. Un mondo in cui i confini tra settori si dissolvono, mentre l’Europa continua a governarli per compartimenti stagni, solidi in un tempo che ha smesso di esserlo: ricerca da una parte, industria dall’altra, moda altrove, università altrove ancora, ciascuna con il proprio tavolo, il proprio ministero, la propria tassonomia. Il rapporto Draghi sulla competitività europea nasce esattamente da questa constatazione: transizione digitale, innovazione, investimenti, produttività ed autonomia strategica non sono più dossier indipendenti. Forse l’Europa non ha un problema di intelligenza. Ha un problema di connessione delle intelligenze, nella moda come nell’AI, con lo stesso identico meccanismo.
L’osservazione
Ed eccoci al punto in cui i due racconti, quello della moda, già in gran parte scritto, e quello dell’intelligenza artificiale, ancora in corso, si rivelano essere lo stesso racconto, letto in due momenti diversi della sua durata. Definire l’Oriente “multifocale” e l’Occidente “monoculare” resta, lo ripeto, una provocazione deliberata, non una legge antropologica, né la celebrazione di un secolo cinese già scritto: la storia diffida sempre di chi la considera inevitabile. È un’osservazione, e come tale può rivelare elementi utili o inutili. Eppure c’è una coincidenza storica che vale la pena raccontare. Il Rinascimento fiorentino, con Brunelleschi e poi con la teorizzazione di Leon Battista Alberti, codificò la prospettiva lineare: un solo punto di fuga, un solo occhio immaginario da cui tutto lo spazio si dispone in ordine geometrico. Una conquista straordinaria, e insieme la costruzione culturale di uno sguardo monoculare, il mondo visto da un punto fisso. La pittura di paesaggio cinese, nello stesso arco di secoli, sviluppava un principio quasi opposto: la cosiddetta prospettiva dispersa, nella quale lo sguardo si muove lungo il rotolo, cambia altezza, cambia distanza, osserva la stessa montagna da più punti dentro lo stesso dipinto. Non un punto di fuga. Molti, in successione, tenuti insieme dal movimento di chi guarda. Non ne farei una legge immutabile: sono tradizioni, non destini. Ma il parallelo aiuta a capire cosa intendo per multifocalità: la capacità di osservare insieme scale temporali e livelli diversi – il prodotto e l’ecosistema, la fabbrica ed il marchio, il presente ed il decennio che viene, la piattaforma ed il contenuto, la ricerca e la sua applicazione, il consumatore e l’infrastruttura che gli costruisce il desiderio.
Monoculare è vedere perfettamente una cosa alla volta ed è forse diventata, per l’Europa, la sua fragilità più costosa. Siamo bravissimi a discutere del prossimo trend, del prossimo direttore creativo, del prossimo modello, del prossimo
regolamento, del prossimo trimestre. Ma il futuro, quasi mai, arriva come un singolo grande evento. Arriva come una sequenza di fenomeni apparentemente indipendenti che, nel momento in cui finalmente impariamo a collegarli, sono già diventati sistema. Un sistema che, nella moda, ha già preso forma e che nell’intelligenza artificiale è ancora, per poco, in costruzione.
La scacchiera
Torniamo, per finire, al Go. Una pietra nera, una pietra bianca, una dopo l’altra. All’inizio sembrano punti isolati. Poi diventano linee. Le linee iniziano a delimitare spazi, e ciò che sembrava incomprensibile appartiene già, senza nessun proclama, ad una strategia. Nella moda, molte di quelle linee sono già tracciate: i marchi cinesi devono ancora dimostrare di saper costruire, su scala davvero globale, la desiderabilità che le maison europee hanno sedimentato attraverso generazioni – ma il percorso che porta in quella direzione non è più un’ipotesi, è un cantiere aperto ed osservabile. Nell’intelligenza artificiale, quelle stesse linee si stanno ancora disegnando: gli Stati Uniti conservano un vantaggio enorme in parti decisive del campo, e l’esito resta tutt’altro che scritto. In entrambi i casi l’Europa continua a detenere un capitale culturale, industriale e creativo che non ha equivalenti, ed è precisamente per questo che sarebbe irresponsabile comportarsi come se la partita fosse già persa o come se fosse già vinta.
Non dico che l’Europa debba rinnegare il proprio passato per entrare nel futuro. Dico qualcosa di più complesso: smettere di usarlo come alibi. Il Made in Italy non è un talismano. L’haute couture francese non è una barriera naturale. L’heritage, nella moda come nella ricerca, non è, di per sé, una strategia. Sono capitali straordinari, rarissimi, forse irripetibili: ma un capitale esiste veramente soltanto quando viene rimesso in circolo, non quando viene conservato in una teca. Il Rinascimento non nacque perché Firenze decise di conservare il Medioevo sotto vetro, nacque perché uomini e donne presero ciò che avevano ricevuto dall’antichità e lo rimisero, quasi con violenza, in movimento. La stessa prospettiva che aveva fissato un punto di fuga divenne, nelle mani di chi la usò con audacia, uno strumento per immaginare mondi che non esistevano ancora. Forse il prossimo Rinascimento europeo, nella moda come nella tecnologia, dipenderà dalla stessa identica capacità: non difendere ciò che siamo stati, ma usarlo per diventare ciò che ancora non siamo.
La scacchiera, nel frattempo, continua a riempirsi. E chi ha già imparato a vederla per intero, pietra dopo pietra, settore dopo settore, non aspetterà che l’Europa finisca di contare le proprie pietre.
Fonti principali
- Stanford University, AI Index Report 2026 – https://hai.stanford.edu/ai-index/2026-ai-index-report
- Stanford University, AI Index Report 2026 – Research and Development – https://hai.stanford.edu/ai-index/2026-ai-index-report/research-and-development
- Cambridge University Press, Knowledge Upgrade in the Chinese Apparel Industry, 1980–2020 – https://www.cambridge.org/core/journals/enterprise-and-society/article/knowledge-upgrade-in-the-chinese-apparelindustry-19802020/A1DD11F814DA4E3BC88D882A1B047258
- Ministry of Industry and Information Technology of the People’s Republic of China, piano 2026–2028 per i marchi di eccellenza nel tessile e abbigliamento
- Financial Times, copertura su ICICLE e sulla sua espansione internazionale
- Reuters, “China’s brutal AI economics hold lessons for US”
- Reuters, dichiarazioni di Huawei sui limiti dell’hardware AI cinese
- European Commission, The Draghi report on EU competitiveness – https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/draghi-report_en
- European Commission, discorso di Mario Draghi “One Year After”