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L’evento dove l’intelligenza artificiale ha guardato se stessa

Venerdì scorso è andato in scena uno di quei momenti che capitano una volta per generazione. Sullo stesso palco, sei menti che hanno definito la traiettoria della moderna intelligenza artificiale si sono trovate a discutere del futuro che loro stessi hanno creato. Geoffrey Hinton, Yann LeCun, Yoshua Bengio, Fei-Fei Li, Jensen Huang e Bill Dally. Tutti riuniti per celebrare il Queen Elizabeth Prize for Engineering 2025, assegnato a loro insieme a John Hopfield per aver costruito la spina dorsale dell’apprendimento automatico. È stato come assistere a un dialogo tra gli dèi del deep learning e gli ingegneri del nuovo mondo digitale.

Yoshua Bengio e il dominio dell’AI: il paradosso del padrino che teme la sua creatura

Yoshua Bengio, uno dei cosiddetti padri nobili del deep learning, ha recentemente dichiarato che un giorno un singolo individuo potrebbe dominare il mondo grazie all’intelligenza artificiale. Parole che suonano apocalittiche eppure non arrivano da un romanziere distopico, ma dall’uomo che ha posto le basi scientifiche di molte delle tecnologie che oggi stiamo inseguendo con voracità quasi ossessiva. È la parabola classica del creatore che si scopre inquietato dal potere della propria invenzione, un copione che ricorda più Frankenstein che un paper accademico. Ma questa volta la posta in gioco non è la letteratura gotica, è il destino del potere globale nel XXI secolo.

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