Il 30 novembre 2022 non è entrato nei manuali come una data “storica”. Niente piazze, niente dirette TV, nessun leader mondiale con forbici dorate. Eppure quel giorno, in silenzio, una giovane startup californiana chiamata OpenAI metteva online un chatbot destinato a cambiare il modo in cui il mondo scrive, studia, lavora e, dettaglio non trascurabile, procrastina. Tre anni dopo, ChatGPT non è più una novità: è un’infrastruttura culturale.
All’inizio sembrava un giocattolo intelligente, capace di scrivere poesie, riassumere email e inventare ricette improbabili. Poi ha iniziato a produrre codice, analisi legali, piani di marketing, presentazioni e perfino immagini e video. Nel frattempo, le Big Tech si sono svegliate di soprassalto. Google ha riscritto la sua strategia sull’AI, Meta si è lanciata nella generazione di modelli sempre più potenti e anche la Cina ha accelerato sull’AI con progetti come DeepSeek. Nessuno voleva restare indietro nella corsa all’oro digitale.
Nel frattempo, il chatbot diventava adulto. Oggi può aiutarti a prenotare viaggi, fare shopping, programmare software, analizzare dati, scrivere una tesi o simulare una riunione con il tuo capo. Nel bene e nel male, l’AI è entrata stabilmente nella nostra quotidianità, senza chiedere permesso e senza bussare.
I numeri raccontano meglio di qualunque slogan il cambio di scala. A luglio 2025, secondo i ricercatori di OpenAI e l’economista di Harvard David Deming, gli utenti settimanali hanno raggiunto quota 700 milioni. In altre parole, una persona su dieci nel mondo interagisce ogni settimana con questo sistema. I messaggi quotidiani hanno superato i 2,5 miliardi. Non è più una piattaforma tech. È un fenomeno sociale globale.
Nel frattempo, il modello linguistico, tecnicamente un LLM, Large Language Model, è diventato l’archetipo di una nuova specie di software. Non risponde più solo a comandi, ma dialoga, interpreta, riformula, propone. È il passaggio dal computer “operativo” al computer “cognitivo”. Una trasformazione che, come Internet a suo tempo, ha iniziato a riscrivere le regole dell’economia.
I settori colpiti sono praticamente tutti. Nel lavoro, l’AI non ha eliminato l’essere umano, ma ha alzato l’asticella. Oggi non è più questione di saper scrivere, ma di saper scrivere meglio dell’AI. Nell’industria creativa, designer, copywriter e musicisti convivono con strumenti capaci di generare contenuti in pochi secondi. Nell’istruzione, l’intelligenza artificiale è diventata al tempo stesso tutor, scorciatoia e problema etico. Nella sanità, supporta diagnosi e analisi cliniche. Nella finanza, anticipa trend e segnala rischi.
E come ogni rivoluzione che si rispetti, non è arrivata senza timori. La paura di perdere il lavoro, il rischio di una creatività “appiattita”, l’impatto sulla salute mentale degli utenti più giovani, la disinformazione automatizzata, la questione dei dati personali, la sicurezza: l’AI è entrata nel dibattito pubblico come un elefante in una stanza fatta di policy fragili.
Il lato aziendale della storia è altrettanto interessante. OpenAI era nata nel 2015 come fondazione con una missione quasi filosofica: “salvare l’umanità dall’IA malevola”. Poi è arrivata la realtà dell’hardware, dei server e della bolletta elettrica. Così il progetto si è trasformato in una struttura a fini di lucro. Il primo grande scommettitore è stato Microsoft, che ha messo sul tavolo miliardi e oggi integra l’AI in ogni angolo del suo ecosistema.
Il CEO di OpenAI, Sam Altman, non usa mezze misure: presto arriveremo all’AGI, l’intelligenza artificiale generale, cioè una macchina capace di ragionare come un essere umano. Un’affermazione che divide la comunità scientifica tra visionari e scettici, ma che alimenta una narrativa potente: stiamo costruendo qualcosa che non è solo uno strumento, ma un potenziale nuovo attore della civiltà.
E mentre qualcuno parla di “bolla dell’AI”, Altman firma accordi da record. L’ultimo, con Amazon, prevede 38 miliardi di dollari per cloud e potenza di calcolo. Una cifra che racconta una cosa: chi corre sull’AI non teme lo scoppio della bolla, teme di restare senza benzina.
Intanto si parla già di una possibile quotazione in Borsa nel 2027. Dalla fondazione filantropica all’IPO, nel giro di poco più di un decennio. Altro che startup: OpenAI è diventata una potenza economica e politica.
Tre anni dopo il suo debutto, ChatGPT non è più una curiosità tecnologica. È una lente nuova su tutto quello che facciamo. Ci ha resi più veloci, più produttivi, ma anche più consapevoli di quanto l’intelligenza, artificiale o umana, sia ormai il vero capitale del XXI secolo.
Il futuro? Probabilmente è già in scrittura. E, senza offenderci, è molto probabile che una parte del testo la stia preparando proprio un’AI.