C’è una nuova star sul set del cinema mondiale. Non chiede il trailer personale, non litiga sul cachet e non arriva mai in ritardo. È l’intelligenza artificiale. E mentre Hollywood continua a guardarla con sospetto, tra scioperi, cause legali e dichiarazioni indignate, il cinema indiano l’ha già fatta entrare in scena, le ha dato un ruolo da protagonista e, in alcuni casi, persino un contratto pubblicitario. A raccontarlo è un reportage della BBC che fotografa una trasformazione silenziosa ma radicale: l’AI non è più un esperimento, è parte integrante della macchina cinematografica indiana.

L’analisi parte da una storia che sembra scritta apposta per diventare un case study. Vivek Anchalia, sceneggiatore, regista e paroliere, aveva un problema molto semplice e molto umano: i produttori non rispondevano alle sue proposte. Così ha fatto quello che oggi farebbe qualunque creativo disperato ma curioso. Ha chiamato in causa ChatGPT e Midjourney. Uno come sparring partner creativo, l’altro come direttore della fotografia instancabile.

Vivek Anchalia è un regista, sceneggiatore e produttore, noto per essere un pioniere nell’integrazione dell’intelligenza artificiale nel cinema indiano

Nel giro di poco più di un anno, iterazione dopo iterazione, Anchalia ha costruito Naisha, un film romantico in stile Bollywood, generato per il 95% da AI, con un budget inferiore al 15% di una produzione tradizionale. Il risultato? Una protagonista digitale che, dopo l’uscita del trailer, ha persino ottenuto un endorsement da un brand di gioielli di Hyderabad.

Naisha (2025) è il titolo del primo lungometraggio AI di Bollywood.La protagonista, Naisha Bose, è una “stella virtuale” generata tramite tool di intelligenza artificiale

Ma il caso Anchalia non è un’eccezione isolata. In India l’intelligenza artificiale è entrata nel workflow quotidiano delle grandi produzioni. Si usa per ringiovanire attori veterani, clonare voci, visualizzare scene prima di girarle, testare sequenze complesse prima di impegnare milioni di rupie. Registi affermati come Jithin Laal raccontano di usare l’AI già in fase di scrittura e pre-produzione per evitare incomprensioni con i team di effetti visivi e per valutare se una scena “funziona” prima ancora di accendere una cinepresa. In pratica, l’AI è diventata una forma di pre-visualizzazione evoluta, una specie di storyboard che non si limita a suggerire, ma mostra.

Il contrasto con Hollywood è inevitabile. Negli Stati Uniti, solo due anni fa, attori e sceneggiatori scendevano in sciopero proprio contro l’uso dell’AI, temendo di essere sostituiti, replicati o, peggio, archiviati come dataset. In India, invece, il dibattito è più pragmatico. L’AI viene vista come un acceleratore, non come un usurpatore. Arun Chandu, autore di una satira sci-fi post-apocalittica girata con un budget inferiore a quello di un matrimonio indiano, racconta di aver costruito intere sequenze con strumenti come Stable Diffusion e software di grafica. Non per amore della tecnologia, ma per necessità. Senza AI, dice, il film non sarebbe mai esistito.

Anche il reparto audio ha cambiato passo. Sound designer come Sankaran AS e KC Sidharthan usano strumenti basati su AI per creare e modificare effetti sonori in tempo reale. Dove prima servivano studi, prenotazioni e settimane di lavoro, oggi basta una voce, un prompt e un po’ di esperienza. L’efficienza è tale che l’idea di un’ultima modifica all’ultimo minuto non preoccupa più così tanto.

I registi indiani stanno facendo sempre più uso di tool di intelligenza artificiale per la realizzazione dei propri film e non solo per una questione di budget

Curiosamente, ciò che in Occidente genera polemiche, in India spesso genera applausi. Il ringiovanimento digitale di Mammootty nel thriller Rekhachithram è stato celebrato come uno dei migliori esempi di AI applicata al cinema indiano. Stesso discorso per Sathyaraj, star di Baahubali, che vede nell’AI una possibilità per allungare la propria carriera in un’industria notoriamente ageista. Se un algoritmo può permettergli di tornare a interpretare ruoli d’azione, perché no?

Ma anche qui emergono i limiti. Alcuni registi raccontano di sistemi AI completamente spaesati davanti a riferimenti mitologici locali o concetti culturali profondamente radicati. Prompt come “semidio”, ad esempio, restituiscono immagini senza senso. La colpa, spiegano, è attribuibile ai dataset occidentali che non parlano la lingua estetica dell’India. Per questo, nelle scene culturalmente più dense, gli storyboard artist umani restano insostituibili.

Il problema diventa ancora più evidente sul fronte linguistico. Quando MG Srinivas ha clonato la voce del suo protagonista per distribuire Ghost in più lingue, ha scoperto che l’AI non riusciva a gestire correttamente fonetiche e inflessioni regionali. Solo l’intervento umano ha reso credibile il risultato finale. Il pubblico non se n’è accorto, ma dietro le quinte il lavoro è stato tutt’altro che automatico.

Il successo del film in ogni caso ha convinto Srinivas a co-fondare un’azienda chiamata AI Samhitha, specializzata nella clonazione vocale e che sta anche esplorando soluzioni di sincronizzazione labiale per adattarla al doppiaggio. Srinivas spiega: “L’intelligenza artificiale può essere quasi rivoluzionaria in un paese come l’India, dove i film vengono distribuiti in più lingue. La tecnologia mi permette di espandere il mio film ad altri mercati indiani. Poiché gli attuali software di intelligenza artificiale non supportano le lingue regionali indiane, gli ingegneri hanno dovuto creare modelli specifici con codifica fonetica per il film”. In pratica, hanno doppiato le voci originali di Rajkumar in kannada e tamil e hanno utilizzato l’intelligenza artificiale per clonare la sua voce in hindi, telugu e malayalam.

Certo, sul piano legale, il quadro è fragile. In India (ma non solo) mancano leggi specifiche che regolino l’uso dell’AI per imitare voci, volti e stili creativi. Esistono tutele per le performance, ma non è chiaro se e come si applichino alle repliche generate da algoritmi. E anche qui, ancora una volta, quello che possiamo constatare è che la tecnologia si sta muovendo molto più velocemente del diritto.

In goni caso, il cinema indiano sembra aver fatto una scelta chiara. L’AI non è il nemico, è un nuovo attrezzo del mestiere. Ma come ogni attrezzo potente, va maneggiato con attenzione. Se Hollywood sta ancora discutendo se aprire la porta all’intelligenza artificiale, Bollywood l’ha già fatta entrare sul set. La vera domanda adesso non è se l’AI farà film migliori, ma se il cinema saprà restare umano mentre diventa sempre più “intelligente”.