Negli ultimi decenni abbiamo raccontato a noi stessi una storia rassicurante: quella di un ordine internazionale fondato sulla forza del diritto, sulle regole condivise, sul multilateralismo come argine razionale al ritorno dei fantasmi del Novecento. Una storia imperfetta, certo, ma sufficientemente credibile da reggere guerre periferiche, crisi finanziarie, allargamenti geopolitici e persino l’illusione, durata poco, di una “fine della storia” [1]. Oggi quella narrazione scricchiola vistosamente. Non siamo ancora precipitati nel caos globale, ma il mondo del XXI secolo assomiglia sempre meno a una comunità regolata e sempre più a un sistema di rapporti di forza, dove il diritto sopravvive solo se compatibile con la potenza. In breve: dalla forza del diritto stiamo scivolando verso il diritto della forza.

Il paradosso è che questo cambiamento non nasce da un evento singolo, ma da un accumulo di fratture. La globalizzazione ha reso interdipendenti economie, catene del valore e sistemi finanziari, ma non ha prodotto un equivalente livello di governance politica. Le istituzioni multilaterali nate nel secondo dopoguerra, come l’ONU, il WTO, l’FMI, sono rimaste ancorate a un mondo che non esiste più, mentre nuove potenze emergevano senza accettare pienamente le regole scritte da altri. Come osserva Lucrezia Reichlin, l’ordine cooperativo che aveva garantito stabilità è stato progressivamente sostituito da un sistema ibrido, nel quale le regole valgono finché non ostacolano interessi strategici vitali. Un multilateralismo condizionato, selettivo, talvolta puramente ornamentale.

La crisi finanziaria del 2008 ha segnato uno spartiacque. Da quel momento, la fiducia nell’architettura economica globale ha iniziato a erodersi, alimentando nazionalismi economici e pulsioni protezionistiche. La pandemia ha fatto il resto, mostrando che, nel momento del bisogno, la solidarietà internazionale è spesso subordinata alla sicurezza nazionale. Il risultato è un mondo in cui la cooperazione non è scomparsa, ma è diventata transazionale, revocabile, strumentale. Si coopera quando conviene, si ignora il diritto quando costa troppo.

In questo contesto si inserisce il ritorno esplicito delle sfere di influenza. Russia, Cina e Stati Uniti, ciascuno con strumenti e linguaggi diversi, stanno ridefinendo aree di controllo politico, militare, tecnologico ed economico. Mosca lo fa nel modo più classico e brutale: la forza militare. L’invasione dell’Ucraina non è solo una guerra territoriale, ma una dichiarazione ideologica contro l’ordine europeo post-1989. La Russia rivendica il diritto di imporre la propria sicurezza negando quella altrui, rispolverando una logica imperiale che pensavamo archiviata. Il messaggio è chiaro: i confini contano meno della potenza necessaria a ridisegnarli.

La Cina, più sofisticata, agisce su un piano diverso. Pechino evita, almeno per ora, il confronto militare diretto, ma costruisce dipendenze strutturali attraverso commercio, infrastrutture, tecnologia e finanza. La Nuova Via della Seta non è solo un progetto economico, ma un dispositivo geopolitico che ridefinisce gerarchie e lealtà. Il diritto internazionale non viene frontalmente contestato, bensì aggirato, reinterpretato, svuotato dall’interno. È un imperialismo silenzioso, ma non per questo meno efficace.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, oscillano tra leadership riluttante e unilateralismo esplicito. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha accelerato una tendenza già visibile: l’idea che alleanze, trattati e istituzioni multilaterali siano vincoli più che moltiplicatori di potenza. La minaccia di dazi generalizzati, il disinteresse per il WTO, l’ambiguità verso la NATO e la disponibilità a “negoziare” le crisi geopolitiche come fossero operazioni immobiliari segnano un cambio di paradigma. Non più regole uguali per tutti, ma rapporti bilaterali fondati sul peso specifico dei contraenti. In altre parole, il diritto diventa flessibile, adattabile alla forza di chi lo invoca. Lo vediamo proprio in queste ore con l’attacco militare americano a Caracas e l’annuncio di Trump – “Maduro e la moglie portati fuori dal Venezuela” – che rischia di dare il là ad altre azioni basate sulla forza da parte di Russia, Cina e, per certi versi, anche da Israele.

In questo scenario, l’Europa appare come il grande convitato di pietra. Costruita come progetto post-imperiale, l’Unione Europea è forse l’attore più coerentemente legato alla logica della forza del diritto. Ed è proprio per questo che oggi fatica a trovare una collocazione. Schiacciata tra potenze che ragionano in termini di controllo e deterrenza, l’Europa rischia l’irrilevanza strategica se non traduce il suo peso economico in capacità politica e militare. La guerra in Ucraina ha mostrato tanto la sua resilienza quanto le sue fragilità: dipendenze energetiche, lentezze decisionali, difficoltà a parlare con una sola voce.

Eppure, sarebbe un errore leggere questo passaggio storico solo in termini di declino. Il ritorno del diritto della forza non implica automaticamente la scomparsa del diritto. Piuttosto, segnala la necessità di ripensarlo. Le regole internazionali non possono più basarsi sull’illusione di un consenso universale, ma devono essere sostenute da capacità credibili di enforcement, economico, tecnologico e, se necessario, militare. La sfida del XXI secolo non è restaurare nostalgicamente l’ordine del passato, ma costruire un nuovo equilibrio tra potenza e legittimità.

Il futuro, con ogni probabilità, sarà segnato da conflitti ibridi, competizione tecnologica, guerre commerciali e pressione sulle aree di frattura geopolitica, dall’Europa orientale al Medio Oriente, dall’Indo-Pacifico all’Africa. In questo contesto, la distinzione tra pace e conflitto diventa sempre più sfumata, mentre il diritto internazionale rischia di trasformarsi in un linguaggio retorico, utile più a giustificare che a prevenire le crisi.

La vera domanda, allora, non è se il diritto della forza prevarrà definitivamente, ma se gli attori capaci di potenza sapranno comprendere che, senza un minimo di regole condivise, anche la forza perde efficacia e diventa instabilità permanente. La storia insegna che gli imperi crollano non solo per mancanza di potere, ma anche per eccesso di arroganza. Forse, in questo XXI secolo così affollato di nuove e vecchie ambizioni imperiali, la vera forma di realismo sarà riscoprire che il diritto, per funzionare, ha bisogno della forza, ma che la forza, senza diritto, prima o poi divora se stessa.

[1] Nel 1989 Francis Fukuyama profetizzò l’imminente “fine della storia” riferendosi al fatto che, dopo il crollo del comunismo sovietico e la fine della Guerra Fredda, la democrazia liberale e il capitalismo sarebbero stati destinati a pervadere, gradualmente, tutte le nazioni del pianeta. Tre decenni dopo, constatiamo che tale previsione era eccessivamente semplicistica