Parliamo di futuro: quel posto affascinante dove le nostre ambizioni scientifiche si scontrano con la realtà, spesso in modi che ci fanno sorridere per quanto sembrano lontane eppure inevitabili. Immaginatevi nel 2050, un anno che suona come un traguardo da film di fantascienza, ma che esperti di tutto il mondo stanno già pianificando con serietà quasi comica, considerando quanto il mondo cambia velocemente. Proprio l’altro giorno, sfogliando l’ultimo numero di Nature mi sono imbattuto in una serie di previsioni in stile futurista, fatte da scienziati e accademici che mi hanno fatto riflettere. Perché il panorama della ricerca scientifica post-2050, tra superintelligenza, viaggi su Marte e fusione nucleare rischia di essere irriconoscibile. E allora noi, qui nel 2026, dovremmo iniziare a prepararci, magari con un pizzico di ironia per non farci sopraffare dall’entusiasmo.
Partiamo dal cuore pulsante di tutto questo: l’intelligenza artificiale. Nick Bostrom, quel filosofo svedese che ha dedicato la vita a scrutare i rischi dell’AI per l’umanità, non usa mezzi termini. “Entro il 2050, è altamente probabile che tutta la ricerca scientifica sia condotta da AI superintelligenti, non da umani”, ha detto a Nature. E aggiunge, con un tocco che fa quasi sorridere: “Alcuni umani potrebbero ancora fare ricerca come hobby, ma non contribuiranno in modo sostanziale”. Immaginate: laboratori pieni di robot e algoritmi che lavorano 24/7 su problemi di biotecnologia, mentre noi comuni mortali ci dedichiamo a passatempi più rilassanti, tipo coltivare orti, giocare a scacchi o leggere romanzi.
Alex Ayad, co-fondatore di Outsmart Insight a Londra, rincara la dose prevedendo un boom di “laboratori senza umani”, dove sistemi autonomi risolvono enigmi complessi senza pause caffè. E Bostrom va anche oltre: “L’AGI, l’intelligenza artificiale generale, emergerà entro il 2050, rispondendo a quasi tutte le domande scientifiche che l’umanità si pone”. Boom!
È quasi buffo pensare che, dopo secoli di sudore umano, potremmo delegare tutto a macchine più intelligenti di noi. Un’evoluzione che, se ci pensate, rende l’AI non solo uno strumento, ma il nuovo protagonista della scena scientifica.
Ma non fermiamoci solo all’intelligenza artificiale. Il clima ci chiama e non in modo gentile. Guy Brasseur, ricercatore del Max Planck Institute in Germania, dipinge un quadro che fa alzare un sopracciglio: intorno al 2040, la temperatura globale supererà di 2°C i livelli pre-industriali (con buona pace dei negazionisti), rendendo obsolete le nostre discussioni su chi è colpevole del riscaldamento.

“Le nazioni si concentreranno su misure per ridurlo”, dice, prevedendo un interesse crescente per il geoengineering ovvero quelle tecnologie pensate per tentare di contrastare su scala planetaria le cause o gli effetti dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale. Ah, l’ironia: risolvere un problema creato dall’uomo con interventi (umani) ancora più audaci che, siamo proprio sicuri che non finiscano poi per alterare piogge, circolazioni atmosferiche o addirittura peggiorare eventi estremi?
Brasseur avverte che, se le cose sfuggono di mano ovvero se sul tema del clima non si procede con una concertazione internazionale, qualche Paese o azienda potrebbe agire da solo, ignorando gli effetti collaterali su altri. Quel che è certo, continua Brasseur, è che se non reagiamo, potremmo arrivare a +3°C entro la fine del secolo. È un promemoria gentile che, mentre sogniamo le stelle, dobbiamo tenere i piedi ben piantati sulla Terra.
Parlando di stelle, il 2050 segna, almeno nelle previsioni riportate su Nature, un’era d’oro per l’esplorazione spaziale, quasi come se l’universo stesse diventando il nostro backyard. Le agenzie spaziali pianificano su 10-15 anni, perché missioni come queste richiedono tempo non tanto per sognarle quanto per approvarle e lanciarle. Ed ecco allora l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, che sta già raccogliendo idee per il 2050: un rilevatore orbitale di antimateria, campioni dal ghiaccio di una cometa, una sonda su Mercurio. Negli USA invece, la NASA punta a umani su Marte ben prima del 2050, come ribadito dal presidente Trump nell’ultimo anno. Elon Musk, da parte sua, con SpaceX, promette un veicolo non abitato nel 2026, seguito da coloni negli anni ’30 del XXI secolo.

Emilia Javorsky del Future of Life Institute sottolinea, da questo punto di vista, un aspetto ironico, ovvero che “l’esplorazione spaziale è guidata da ingegneri aerospaziali e meccanici, che sottovalutano le sfide biologiche” come le radiazioni spaziali o gli effetti della microgravità, avvisando che lo spazio non è una passeggiata domenicale.
Poi c’è il quantum e la cosmologia, che potrebbero rivoluzionare la nostra comprensione dell’universo. Juan Carlos Hidalgo, professore all’Università Nazionale Autonoma del Messico, è ottimista: quando quantum tech e osservazioni spaziali convergeranno, esploreremo regni inaccessibili. Lui stesso sta lavorando su sensori quantistici ultra-sensibili, basati su impulsi laser attosecondi, per rilevare campi magnetici debolissimi (NdA: un attosecondo è un miliardesimo di miliardesimo di secondo e queste tecnologie permettono di osservare la dinamica degli elettroni in atomi e molecole). Integrati in rilevatori di onde gravitazionali, potrebbero scovare buchi neri primordiali, quei relitti del Big Bang che potrebbero spiegare parte della materia oscura. “Potrebbero fornire indizi su dark matter e dark energy”, dice Hidalgo, aprendo la via a una nuova teoria cosmologica, superando il modello standard che nel 2024 ha mostrato crepe nei calcoli sull’espansione dell’universo.

Non dimentichiamo poi la fusione nucleare: derisa per decenni come “sempre a 30 anni di distanza”, Hidalgo vede un progresso esplosivo negli ultimi cinque anni, più di quello dei 50 precedenti. Entro il 2050, potrebbe essere matura per la commercializzazione: energia pulita, illimitata, quasi una barzelletta su quanto ci abbiamo messo ad arrivarci.
Richard Watson, futurista a Imperial College e Cambridge, da parte sua, ci dà un consiglio saggio: evitate piani a cinque anni, troppo ancorati al presente, o a venti che rischiano di diventare fantascienza. Meglio 10-15 anni, interdisciplinari e sistematici, per cogliere il quadro d’insieme.
Ma Nature avverte: i progressi degli ultimi 75 anni dipendono dal supporto pubblico, che ora vacilla tra populismo, tagli al budget e pressioni per soluzioni immediate. La ricerca di base, quella che richiede pazienza, potrebbe soffrire, spostandosi verso campi applicati come la medicina per l’invecchiamento. L’ironia? La tecnologia da sola non garantisce risultati; serve equilibrio tra puro e applicato, senza cedere a obiettivi politici a breve termine.
Insomma, il 2050 non è solo un numero: è un invito a immaginare un mondo dove l’AI pensa per noi, Marte è una destinazione turistica (o quasi) e la fusione illumina le nostre case. È uno scenario eccitante, un po’ spaventoso, ma soprattutto un promemoria che la scienza evolve con noi e forse, con un sorriso ironico, possiamo prepararci a cavalcare l’onda senza farci travolgere. Chissà, magari tra vent’anni rileggeremo queste previsioni ridendo di quanto eravamo ingenui o ammirando quanto avevamo ragione.