Per anni il cybercrime ha richiesto competenze altamente specialistiche: sviluppo di malware, capacità di eludere sistemi di difesa, sfruttamento di vulnerabilità zero-day e accesso ai sistemi attraverso backdoor o tecniche avanzate di intrusione. Oggi, però, l’evoluzione dei modelli di intelligenza artificiale sta abbassando drasticamente la barriera tecnica d’ingresso. Grazie a capacità di automazione, analisi e generazione di codice sempre più sofisticate, strumenti che fino a pochi anni fa appartenevano quasi esclusivamente ad attori altamente qualificati rischiano di diventare accessibili a una platea molto più ampia. È questo il timore che emerge con forza a Bruxelles: l’AI non sta semplicemente trasformando il lavoro degli sviluppatori, ma potrebbe ridefinire profondamente anche capacità operative, velocità e scalabilità delle minacce cyber.

A lanciare l’allarme è stata Henna Virkkunen, vicepresidente della European Commission con delega alla sovranità tecnologica, intervenendo al Parlamento europeo durante un dibattito dedicato ai rischi cyber dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati.

Il tono non era quello da apocalisse digitale imminente, ma nemmeno quello rassicurante delle conferenze tech dove ogni problema sembra risolvibile con una dashboard colorata e una serie di frasi ad effetto messe in fila. Virkkunen ha spiegato che la Commissione europea sta lavorando a stretto contatto con le Big Tech e con i fornitori dei modelli AI di frontiera per capire fino a che punto queste tecnologie possano diventare strumenti offensivi nelle mani sbagliate.

Il punto centrale è semplice e inquietante allo stesso tempo: i nuovi modelli AI sono in grado di identificare vulnerabilità informatiche a una velocità mai vista prima. Attività che normalmente richiedevano mesi di ricerca, analisi e competenze avanzate potrebbero essere completate in poche ore. Una specie di turbo per il cybercrime globale, con l’aggravante che il software non dorme, non si distrae e non chiede aumenti di stipendio.

La preoccupazione nasce anche dai timori emersi attorno a Mythos, il modello avanzato sviluppato da Anthropic, una delle aziende AI più osservate del momento insieme a colossi come OpenAI, Google e Microsoft. Il problema non è soltanto la capacità dei modelli di generare testo o codice, ma la loro crescente abilità nell’automatizzare analisi tecniche estremamente sofisticate.

Per anni la cybersicurezza si è basata su un equilibrio quasi biologico tra attacco e difesa. Gli hacker trovavano vulnerabilità, i team di sicurezza correvano a chiuderle, poi iniziava un nuovo giro della giostra. Con l’AI generativa questo equilibrio rischia di saltare completamente, perché la velocità dell’attacco potrebbe crescere molto più rapidamente della capacità di risposta.

Ed è proprio questo il nodo che preoccupa maggiormente Bruxelles. La capacità dei modelli AI di individuare vulnerabilità software sta crescendo a una velocità nettamente superiore rispetto ai tradizionali tempi di remediation. In altre parole, l’intelligenza artificiale rischia di comprimere drasticamente il tempo necessario per scoprire falle critiche, senza che esista oggi la certezza che i processi di correzione, validazione e distribuzione delle patch possano evolvere con la stessa rapidità. Il risultato potrebbe essere un pericoloso squilibrio tra capacità offensive e capacità difensive, con finestre di esposizione sempre più brevi ma potenzialmente molto più difficili da gestire per aziende, infrastrutture critiche e pubbliche amministrazioni.

Il tema assume un peso ancora maggiore nell’attuale contesto geopolitico. La Commissione europea teme che anche la più piccola debolezza nelle catene di approvvigionamento ICT possa essere sfruttata da governi ostili, gruppi criminali organizzati o attori sponsorizzati dagli Stati. E quando si parla di supply chain digitale, l’Europa ormai sa bene che basta un singolo fornitore vulnerabile per creare un effetto domino devastante.

Dietro le dichiarazioni ufficiali emerge anche un altro dettaglio interessante: Bruxelles sta dialogando direttamente con le grandi aziende tecnologiche per capire come intendano mitigare questi rischi. Una situazione che fotografa perfettamente il momento storico dell’intelligenza artificiale. I governi sanno che non possono rallentare l’innovazione, ma allo stesso tempo non vogliono nemmeno ritrovarsi spettatori passivi mentre le Big Tech ridefiniscono gli equilibri della sicurezza globale.

Il paradosso è che gli stessi modelli AI che spaventano le istituzioni sono anche gli strumenti su cui governi e aziende stanno investendo per rafforzare la difesa informatica. Le piattaforme di nuova generazione promettono infatti di identificare minacce, rilevare anomalie e rispondere agli incidenti molto più rapidamente rispetto ai sistemi tradizionali.

Il rischio, però, è che si apra una corsa agli armamenti algoritmica dove attacco e difesa si evolvono contemporaneamente, ma non necessariamente alla stessa velocità. E la storia della cybersicurezza insegna che spesso basta un solo lato più rapido dell’altro per creare danni enormi.

Per questo le parole di Virkkunen suonano meno teoriche di quanto possano sembrare. L’intelligenza artificiale non è più soltanto il motore dei chatbot o delle immagini generate automaticamente. Sta diventando un acceleratore universale. Anche per chi cerca il modo più veloce di violare un sistema.

E se fino a ieri il cliché dell’hacker prevedeva felpa nera, tastiera meccanica e notti insonni davanti a righe di codice, domani potrebbe bastare un prompt scritto bene. Decisamente meno cinematografico ma molto più preoccupante.