
L’ultradestra, l’IA e la fine del mondo – Otto e Mezzo – Puntata del 18/9/2026. Ospiti di Lilli Gruber: Michela Ponzani, Gad Lerner, Franco Bernabè … ringraziamo La7 per la citazione alla fine della nostra rivista.
La paura del futuro ha trovato una nuova infrastruttura: quella digitale. Nella puntata di Otto e mezzo condotta da Lilli Gruber, il confronto tra Paolo Pagliaro, Michela Ponzani, Gad Lerner e Franco Bernabè ha messo in relazione fenomeni che spesso vengono raccontati separatamente: l’ascesa delle destre radicali, la velocità dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, la crisi dell’informazione e il ritorno di visioni apocalittiche sul futuro. Il filo conduttore è meno tecnologico di quanto sembri: quando una società perde gli strumenti con cui interpretare il cambiamento, la paura diventa facilmente una forma di politica.
Paolo Pagliaro ha aperto il ragionamento proprio da questo punto, collegando la diffusione delle ideologie di ultradestra alla crescente inquietudine provocata da una trasformazione tecnologica difficile da comprendere e ancora più difficile da governare. L’intelligenza artificiale entra così in una storia molto più antica della Silicon Valley: quella della paura di ciò che arriva e della ricerca di qualcuno a cui attribuire la responsabilità del disordine. Cambiano gli strumenti, non necessariamente i meccanismi psicologici.
Michela Ponzani ha riportato il confronto dentro la prospettiva storica, osservando le analogie e le differenze tra i linguaggi della destra radicale contemporanea e quelli delle esperienze autoritarie del Novecento. Il punto non è costruire equivalenze facili tra epoche profondamente diverse, ma riconoscere quanto propaganda, semplificazione e costruzione del nemico possano diventare potenti quando incontrano una società attraversata dall’incertezza. Oggi, rispetto al passato, esiste però una differenza industriale: gli algoritmi possono amplificare e personalizzare questi messaggi con una velocità che nessun apparato propagandistico del secolo scorso avrebbe potuto immaginare.
Gad Lerner ha spostato l’attenzione sulla crisi del giornalismo e sulla progressiva perdita di centralità dei fatti verificati. Il problema non consiste soltanto nella quantità di disinformazione che circola online, ma nel fatto che la competizione informativa sia ormai dominata dall’economia dell’attenzione. Un contenuto accurato richiede tempo, verifica e contesto; una falsità costruita per suscitare indignazione può essere pronta in pochi secondi. La tecnologia non ha inventato questa asimmetria, ma l’ha resa scalabile.
Franco Bernabè ha portato nel dibattito la dimensione tecnologica, economica e geopolitica, richiamando la necessità di una governance dell’intelligenza artificiale capace di superare i confini nazionali. Il problema riguarda infatti molto più del mercato del lavoro. L’AI sta diventando un’infrastruttura strategica che coinvolge dati, energia, semiconduttori, cloud, sicurezza e capacità industriale. Lasciare completamente questa trasformazione alle dinamiche del mercato significherebbe accettare che una parte crescente delle regole del nuovo ecosistema informativo venga definita da soggetti privati con interessi economici enormi.
È qui che il dibattito assume una dimensione più interessante. L’intelligenza artificiale non crea automaticamente il populismo, non produce da sola la radicalizzazione politica e non trasforma una società in una distopia. Può però abbassare drasticamente il costo della produzione della persuasione. Un messaggio può essere scritto, tradotto, personalizzato, trasformato in immagini o video e distribuito a pubblici differenti in tempi quasi istantanei. La propaganda del Novecento aveva bisogno di giornali, radio, televisioni e organizzazioni; quella contemporanea può avere bisogno di un modello generativo, una piattaforma e un algoritmo sufficientemente bravo a capire cosa fa arrabbiare le persone.
La discussione condotta da Lilli Gruber porta quindi il problema fuori dalla consueta disputa tra entusiasti e catastrofisti dell’AI. Non serve immaginare robot che conquistano il pianeta. Il rischio più concreto è molto più banale e, proprio per questo, più difficile da affrontare: una società nella quale diventa progressivamente più complicato distinguere un fatto da una manipolazione, un’analisi da una propaganda, una previsione da una profezia. Quando la tecnologia rende la produzione dell’informazione quasi gratuita, la risorsa veramente scarsa diventa la capacità di giudicarla. E quella, almeno per il momento, non sembra avere ancora ricevuto un aggiornamento software.
E per finire la chiusura della puntata:
“La fabbrica invisibile”, il quinto Paper della serie sulla Sovranità Tecnologica con cui Rivista.AI sta analizzando le implicazioni industriali, economiche e geopolitiche dell’intelligenza artificiale per l’Italia
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