Nemmeno il tempo di abituarsi all’idea che l’intelligenza artificiale stia riscrivendo le regole del gioco globale, che a tremare, questa volta, è chi quelle regole le sta scrivendo. Dentro OpenAI, questo mese di aprile si è aperto con una sequenza di cambiamenti che assomiglia più a una serie di scosse sismiche che a un semplice riassetto aziendale.
La notizia che ha acceso il primo campanello arriva con parole tanto eleganti quanto preoccupanti. Fidji Simo, una delle figure più influenti della Silicon Valley e direttrice prodotti e sviluppo commerciale, annuncia il suo temporaneo passo indietro per motivi di salute. Non una pausa qualsiasi, ma la conseguenza di una condizione complessa, la sindrome da tachicardia ortostatica posturale, che, come lei stessa ha ammesso, è stata messa in secondo piano per mesi in nome della missione aziendale.
Tradotto dal linguaggio burocratico manageriale vuol dire che ha tirato troppo la corda. E la corda, prevedibilmente, ha iniziato a cedere.
Il dettaglio interessante non è solo umano, per quanto rilevante, ma anche strategico. Simo non era una dirigente qualsiasi: supervisionava gran parte delle attività operative e, soprattutto, stava guidando una trasformazione ambiziosa, quella di rendere OpenAI una sorta di “super-app” universale. Un unico ecosistema capace di integrare chatbot, strumenti di coding e persino un browser web. Una visione che strizza l’occhio ai modelli asiatici e che, se realizzata, potrebbe ridefinire il modo in cui interagiamo con la tecnologia.
Nel frattempo, però, il cantiere resta aperto e, per usare un eufemismo, un po’ disordinato.
A prendere temporaneamente le redini del comparto prodotti sarà Greg Brockman, mentre il lato business verrà distribuito tra più figure. Una soluzione che ricorda quelle staffette improvvisate nelle maratone aziendali: funziona, ma solo se tutti corrono nella stessa direzione.
E qui iniziano le complicazioni.
Perché il passo indietro di Simo non è un caso isolato. Anche Kate Rouch, responsabile marketing, ha deciso di lasciare il ruolo dopo aver affrontato, e in parte contemporaneamente gestito, una battaglia personale contro il cancro. Il suo racconto è di quelli che fanno riflettere più di qualsiasi keynote: guidare una delle aziende più osservate al mondo mentre si affronta una terapia intensiva non è esattamente sostenibile nel lungo periodo. Nemmeno in Silicon Valley, dove l’impossibile è spesso considerato “fattibile”.
Il risultato è un altro vuoto da colmare, con Gary Briggs chiamato a gestire l’interim.
Come se non bastasse, si aggiunge un ulteriore movimento: Brad Lightcap lascia il ruolo di COO per dedicarsi a “progetti speciali”, una definizione che nel linguaggio corporate può significare tutto e, molto più spesso, anche il contrario di tutto. Tra le sue nuove responsabilità, la strategia di vendita alle aziende, un segmento sempre più cruciale per il futuro di OpenAI. Parte delle sue funzioni passeranno a Denise Holland Dresser, con un background che profuma di enterprise, tra Salesforce e Slack.
A questo punto, il quadro è chiaro: non si tratta di semplici sostituzioni, ma di una riorganizzazione profonda. Una di quelle che, nella migliore delle ipotesi, preparano a una nuova fase di crescita. Nella peggiore, segnalano che qualcosa sotto la superficie non è perfettamente allineato.
E, proprio mentre OpenAI sistema il proprio assetto interno, fuori si combatte una guerra sempre meno silenziosa.
Il rivale principale, Anthropic, ha scelto una strategia diversa: meno attenzione al grande pubblico, più focus sul mercato enterprise. Una scelta che, almeno sulla carta, promette margini più stabili e una crescita più prevedibile. Non solo: con il suo modello Claude, Anthropic ha costruito un’immagine più prudente, arrivando a rifiutare un accesso completo alle forze armate statunitensi, una decisione che ha avuto conseguenze politiche, ma che ha rafforzato la percezione di azienda “responsabile”.
Nel frattempo, Sam Altman continua a giocare una partita diversa, più ambiziosa e, inevitabilmente, più rischiosa. OpenAI resta avanti nella corsa, sostenuta da una raccolta fondi da capogiro che ha raggiunto i 122 miliardi di dollari e una valutazione che sfiora gli 852 miliardi. Numeri che fanno girare la testa e che alimentano aspettative ancora più vertiginose, soprattutto in vista di una possibile Ipo entro fine anno.
Il paradosso è evidente: mentre l’azienda consolida la propria leadership globale, la sua struttura interna attraversa una fase di fragilità umana e organizzativa.
E forse è proprio questo il punto più interessante. L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una tecnologia fredda, razionale, quasi inevitabile. Ma dietro le quinte, a guidarla, restano esseri umani con limiti molto concreti: corpi che si fermano, energie che si esauriscono, decisioni che pesano.
Nel caso di OpenAI, la domanda non è tanto se riuscirà a mantenere il vantaggio competitivo, perché, per ora, tutti gli indicatori dicono di sì.
La domanda vera è un’altra: quanto può correre un’organizzazione costruita per accelerare continuamente, prima che qualcuno, o qualcosa, chieda finalmente di rallentare?