Il Maine ha deciso di premere il pulsante di pausa. Le autorità statali hanno approvato una moratoria temporanea sulla costruzione di nuovi data center di grandi dimensioni, diventando il primo Stato americano a varare una misura del genere contro l’espansione vorace delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Il disegno di legge LD 307, passato sia alla Camera che al Senato nei giorni scorsi, blocca per ora le autorizzazioni a impianti superiori ai 20 megawatt fino al novembre 2027. Non si tratta di un divieto definitivo, ma di un periodo di riflessione: nel frattempo nascerà un apposito Maine Data Center Coordination Council per studiare gli impatti su rete elettrica, bollette, ambiente e occupazione locale.

La notizia, confermata da fonti come Reuters, CNN e CNBC, è ancora in bilico: il testo deve ricevere la firma della governatrice democratica Janet Mills che si era già detta favorevole a un approccio cauto, ma aveva chiesto un’esenzione per un progetto specifico nella città di Jay, che riutilizzerebbe una vecchia cartiera senza gravare sulla rete.

Sebbene l’esenzione non sia entrata nel testo finale e l’ufficio della governatrice non abbia ancora chiarito se firmerà o meno, il segnale è chiarissimo: anche un piccolo Stato del New England, noto più per le aragoste e le distese di conifere che per le server farm, ha deciso di non farsi travolgere dal delirio energetico dell’AI.

E qui entra in gioco l’ironia sottile della vicenda. L’intelligenza artificiale, promessa come acceleratore della produttività economica e come forza di profonda trasformazione sociale ed economica, dall’ottimizzazione dei processi produttivi alla rimodellamento dei modelli di business, sta per ora creando un problema molto concreto: divora energia come un teenager in fase di crescita.

I data center per addestrare e far girare modelli come quelli di OpenAI o Google consumano quantità di elettricità paragonabili a intere città. In Virginia, per esempio, l’esplosione di questi impianti ha già fatto lievitare le bollette delle famiglie. In Arizona e altri Stati si discute di consumo d’acqua per il raffreddamento. Il Maine, con la sua rete elettrica relativamente fragile e la sensibilità ambientale radicata nella cultura locale, ha guardato al futuro e in pratica ha detto: “Aspettiamo un attimo”. Non è un rifiuto dell’innovazione, è un “prima pensiamo a non farci saltare il contatore”.

Le motivazioni dietro la moratoria sono limpide e condivisibili: l’impennata dei prezzi dell’energia, le preoccupazioni per l’impatto ambientale e la necessità di non lasciare che i giganti tech decidano unilateralmente il destino delle infrastrutture pubbliche. Non è un caso isolato. Almeno una dozzina di altri Stati, tra cui New York, South Carolina, Oklahoma e Vermont, stanno valutando misure simili, mentre a livello locale fioriscono ordinanze di stop temporanei. Il messaggio per l’ecosistema tech americano è potente: l’era dell’espansione selvaggia dei data center, alimentata dagli investimenti miliardari di Microsoft, Amazon, Meta e Google per l’AI, sta incontrando i primi veri ostacoli regolatori.

Che impatto avrà tutto questo sull’AI made in Usa?

Probabilmente non un collasso, ma un salutare rallentamento. Le aziende dovranno ripensare le strategie di espansione: forse concentrarsi su Stati più accoglienti, come il Texas (finora terra promessa per i data center), investire di più in efficienza energetica, raffreddamento innovativo o persino in soluzioni edge computing che riducano la dipendenza da enormi centrali, se non addirittura puntare direttamene sul nucleare come sta già facendo Microsoft, Meta per alimentare Hyperion in Ohio o Nvidia tramite la sua divisione venture NVentures in Terrapower.

In ogni caso, questo rallentamento, se nel breve termine potrebbe significare ritardi nella costruzione di nuovi cluster, costi più alti per l’addestramento dei modelli e una leggera frenata nella corsa all’AGI, nel lungo termine potrebbe invece spingere verso un ecosistema più sostenibile, dove l’innovazione non sacrifica la stabilità della rete o l’ambiente.

Va detto che il Maine, con questa mossa pionieristica, sta comunque tracciando una strada che altri governi statali e forse persino federali potrebbero seguire. Mentre il resto del Paese corre verso il futuro iperconnesso, un piccolo Stato del Nordest ricorda che la tecnologia, per quanto intelligente, deve ancora fare i conti con la fisica: l’energia non è infinita, le bollette non si pagano da sole e l’ambiente non è un optional.

Se la governatrice Mills firmerà, il Maine non solo diventerà il primo Stato con una moratoria sui data center, ma anche un caso di studio su come bilanciare progresso e prudenza nell’era dell’AI.