Ursula von der Leyen appoggia il “pacing” dei frontier model, ma nello stesso discorso chiede più compute, gigafactory, capitale e capacità tecnologiche europee. Mentre Trump vuole vincere la corsa e Pechino respinge il rallentamento come possibile strumento di contenimento, Bruxelles tenta una strada diversa: frenare la frontiera e accelerare tutto ciò che serve per raggiungerla.
Ursula von der Leyen ha chiesto all’Europa di rallentare sull’intelligenza artificiale e di accelerare sull’intelligenza artificiale. Nello stesso discorso.
A prima vista sembra una contraddizione. Probabilmente è invece il passaggio più interessante del discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato il 16 settembre davanti al Parlamento europeo.
Parlando dei modelli più avanzati, la presidente della Commissione ha raccolto il segnale arrivato negli ultimi giorni da Dario Amodei e da altri leader dell’industria: la crescita delle capability dei frontier model potrebbe richiedere maggiore cautela, soprattutto quando entrano in gioco sistemi autonomi, capacità cyber sempre più avanzate e modelli in grado di utilizzare i propri output per migliorare ulteriormente. La Commissione vuole quindi confrontarsi con i principali frontier lab e rafforzare la cooperazione internazionale su evaluation, verification, early warning e sicurezza.
Poco dopo, però, von der Leyen ha detto qualcosa che sembra andare nella direzione opposta: “We need to stay in the race. Because this is crucial for our independence.”
E ha chiesto più capacità di calcolo, più infrastrutture, più capitale, più imprese europee e più applicazioni industriali dell’AI (audiovisual.ec.europa.eu).
La chiave per comprendere la posizione europea sta probabilmente proprio qui. Bruxelles sta separando due cose che finora abbiamo considerato come se fossero la stessa: la velocità della frontiera e la capacità di competere.
Rallentare davanti, accelerare dietro
Negli ultimi giorni la discussione internazionale sull’intelligenza artificiale si è improvvisamente trasformata. Ne abbiamo parlato a lungo nella nostra inchiesta “Chi governa la frontiera” che possiamo riassumere così: Dario Amodei ha chiesto di pace the frontier, Sam Altman ed Elon Musk hanno condiviso almeno parte della preoccupazione, Donald Trump ha respinto la logica del rallentamento sostenendo che gli Stati Uniti non possano rischiare di perdere il vantaggio sulla Cina, Pechino ha risposto accusando Washington di utilizzare l’allarmismo sull’AI come possibile strumento di contenimento tecnologico.
Adesso arriva Bruxelles e introduce una terza posizione.
L’Europa accetta sostanzialmente una parte della diagnosi dei sostenitori del pacing: se le capability dei sistemi più avanzati crescono più velocemente della nostra capacità di comprenderli, testarli e controllarli, può essere necessario introdurre checkpoint.
Ma contemporaneamente riconosce un problema che Stati Uniti e Cina hanno in misura molto diversa: l‘Europa non guida la corsa quindi deve recuperare.
La formula europea potrebbe quindi diventare: rallentare la frontier capability, accelerare la industrial capability.
È molto più ambiziosa di una semplice moratoria ma anche molto più difficile da realizzare.
Tre potenze, tre idee della corsa
Nell’arco di pochi giorni Stati Uniti, Cina ed Europa hanno finito per offrire tre risposte differenti alla stessa domanda: che cosa fare quando l’intelligenza artificiale diventa contemporaneamente troppo importante perrestare indietro e potenzialmente troppo potente per essere lasciata avanzare senza controllo?
Negli Stati Uniti la priorità dell’amministrazione Trump rimane la leadership tecnologica. Il presidente ha respinto le richieste di rallentamento ricordando che gli Stati Uniti sono davanti alla Cina e sintetizzando la questione in una formula difficilmente equivocabile: “whoever wins AI, wins.”
La Cina ha respinto il nuovo allarmismo sulla frontier AI sostenendo che una governance costruita attraverso confronto, paura e competizione sleale rischierebbe di compromettere lo sviluppo globale della tecnologia. La stampa di Stato ha inoltre interpretato le proposte americane nel contesto più ampio degli export control e della competizione sui semiconduttori.
Come abbiamo visto proprio negli articoli che abbiamo pubblicato in questi giorni, questo non significa affatto che Pechino sia contraria al controllo dell’intelligenza artificiale.
La Cina sta costruendo una propria architettura di sicurezza attorno a chip, dati, infrastrutture, proprietà intellettuale, modelli e persino capitale umano.
Semplicemente parte da una domanda differente. Non soltanto quanto può diventare pericoloso il modello ma quanto può diventare vulnerabile la Cina se qualcun altro controlla la tecnologia?
Ed è qui che la posizione europea diventa interessante.
Bruxelles non vuole scegliere tra safety e competizione
Von der Leyen non propone all’Europa di uscire dalla corsa: propone esattamente il contrario.
L’AI viene ormai trattata dalla Commissione come una componente della competitività, dell’indipendenza economica e della sicurezza europea. Il discorso collega esplicitamente capacità tecnologiche proprie, sovranità, infrastruttura e valorizzazione dei dati industriali.
La differenza è che Bruxelles prova a separare la competizione industriale dalla velocità con cui deve necessariamente avanzare il frontier model.
Ed è un cambiamento concettuale importante, perché fino a oggi abbiamo misurato la corsa quasi esclusivamente attraverso la frontiera: GPT contro Claude; Gemini contro Grok; benchmark; parametri, training run; GPU; capacità emergenti.
Von der Leyen introduce un’altra possibilità: non è necessario possedere il modello più avanzato per catturare una parte importante del valore prodotto dall’intelligenza artificiale.
L’Europa non deve necessariamente vincere la gara dei modelli
Nel discorso c’è un passaggio che merita probabilmente più attenzione di quanto riceverà.
Von der Leyen osserva che la prossima fase dell’AI “is not only about frontier models” e utilizza un paragone storico: l’invenzione della stampa avvenne in Europa, ma ciò che trasformò realmente economia e società fu la sua diffusione e applicazione.
Il messaggio è abbastanza evidente: il valore economico di una tecnologia non appartiene necessariamente a chi raggiunge per primo la frontiera. Può appartenere anche a chi riesce ad applicarla meglio.
Per l’Europa è quasi una necessità strategica.
OpenAI, Anthropic, Google, Meta e xAI sono americane.
I principali modelli cinesi sono sostenuti da un ecosistema industriale che l’Europa non possiede alla stessa scala.
Bruxelles cerca quindi di spostare almeno una parte della competizione su un terreno differente: fabbriche, ospedali, trasporti, agricoltura, energia, difesa, spazio, manifattura.
Sono precisamente i settori nei quali la Commissione vuole concentrare la nuova strategia sull’AI industriale.
Karp e von der Leyen arrivano da strade diverse allo stesso punto
È difficile non notare una convergenza con quanto Alex Karp sta sostenendo dall’altra parte dell’Atlantico.
Palantir mette in discussione l’idea che il valore dell’enterprise AI debba concentrarsi nel frontier model e propone invece di cercarlo nella combinazione tra dati proprietari, contesto operativo, processi e decisioni.
Von der Leyen naturalmente non sta proponendo il modello Palantir, ma il ragionamento industriale presenta una somiglianza.
Karp dice che il valore non è necessariamente nel modello, mentre Bruxelles dice che il valore non deriva necessariamente dall’avere costruito il modello più avanzato.
Entrambi spostano l’attenzione dalla Model Economy alla capacità di trasformare l’intelligenza artificiale in sistemi che operano nel mondo reale.
Ed è esattamente il terreno sul quale l’Europa pensa di avere ancora carte da giocare.
Il petrolio europeo potrebbero essere i dati che non circolano
Von der Leyen individua nei dati industriali uno degli asset sui quali costruire questa strategia.
L’Europa possiede una grande quantità di dati prodotti da industrie, sistemi sanitari, infrastrutture, trasporti, agricoltura e filiere manifatturiere. L’obiettivo dichiarato è utilizzarli per costruire modelli specializzati e applicazioni ad alto valore aggiunto.
Paradossalmente è la ricetta suggerita proprio da Rivista.AI nel paper “Dal modello alla fabbrica” su come valorizzare l’enorme patrimonio di dati industriali, processi produttivi, competenze ingegneristiche e know-how accumulato nei distretti manifatturieri.
Per questo servono le gigafactory
Ed è qui che il discorso cambia registro. Von der Leyen non parla soltanto di AI Act, parla di compute.
La Commissione sta costruendo una rete di AI Factories e ha avviato il percorso per realizzare fino a sette AI Gigafactories, infrastrutture progettate per mettere a disposizione capacità di calcolo enormemente superiori a quelle oggi accessibili a buona parte dell’ecosistema europeo.
Il materiale raccolto per il discorso colloca gli investimenti complessivi previsti sopra i 30 miliardi di euro e collega esplicitamente le infrastrutture a startup, ricerca, cloud, dati e supercalcolo.
È un passaggio politico importante se pensiamo che la sovranità tecnologica europea è sempre stata identificata soprattutto con la capacità di stabilire regole: GDPR, Digital Markets Act, Digital Services Act e AI Act.
Ora Bruxelles sembra riconoscere qualcosa di più elementare: non si può regolamentare la propria indipendenza, servono asset.
Dalla sovranità delle regole alla sovranità delle capacità
È probabilmente questo il cambiamento più importante del discorso sullo Stato dell’Unione. Sovranità tecnologica significa sempre più compute, energia, cloud, semiconduttori, dati, capitale, ricerca, imprese, talento.
Non significa necessariamente produrre autonomamente ogni componente tecnologico. Significa però possedere una capacità credibile di scelta e sostituzione quando una dipendenza diventa strategicamente problematica.
Il documento preparatorio del discorso lo formula in maniera piuttosto chiara: senza capacità sufficiente di calcolo, controllo delle infrastrutture, accesso ai semiconduttori, capitale e dati industriali interoperabili, la regolazione da sola non produce sovranità.
Ed è probabilmente qui che l’Europa ha accumulato il ritardo maggiore. Ha costruito una capacità normativa globale ma non ancora una capacità tecnologica equivalente.
Von der Leyen sta dicendo che le due devono finalmente procedere insieme.
Ma il pacing potrebbe avere anche un effetto industriale
Se la frontiera continua ad avanzare a velocità estrema, il vantaggio appartiene soprattutto a chi dispone già di decine di miliardi da investire in training, centinaia di migliaia di acceleratori e organizzazioni capaci di costruire continuamente la generazione successiva di modelli.
Gli Stati Uniti partono davanti, la Cina anche. Il pacing potrebbe portare tempo ma proprio qui arriva il problema europeo. Rallentare la frontiera non produce automaticamente un campione europeo dell’intelligenza artificiale. Costruire una gigafactory non produce automaticamente un’OpenAI europea. Possedere dati industriali non significa riuscire a monetizzarli. Creare un mercato unico sulla carta non significa permettere a una startup europea di scalare alla velocità di una americana.
Per questo il discorso collega l’AI a qualcosa che apparentemente appartiene a un’altra agenda: Saving and Investment Union, riforma del sistema bancario, EU Inc., semplificazione e riduzione degli oneri amministrativi.
Il problema dell’AI europea non è soltanto tecnologico. Mario Draghi lo ha sottolineato più volte nei suoi interventi. È finanziario, energetico, regolatorio, industriale e, soprattutto, riguarda la scala.
Una startup europea che costruisce un’ottima tecnologia ma deve attraversare ventisette mercati, trovare capitale insufficiente e dipendere da cloud e chip stranieri non diventa sovrana perché l’AI Act è europeo.
La terza via deve ancora dimostrare di esistere
È quindi troppo presto per dire che Bruxelles abbia trovato una soluzione anche se, è indubbio che abbia almeno definito con maggiore chiarezza il problema.
Gli Stati Uniti vogliono preservare la leadership sulla frontiera.
La Cina vuole impedire che quella frontiera diventi un confine tecnologico stabilito da Washington.
L’Europa deve fare qualcosa di più complicato. Deve governare una tecnologia che non controlla completamente, recuperare una capacità industriale che non possiede ancora alla scala necessaria e contemporaneamente evitare che il tentativo di renderla sicura renda ancora più difficile costruirla.
Non è semplicemente una terza posizione geopolitica, somiglia di più ad una scommessa industriale. Da questo punto di vista il pacing può comprare tempo, ma soltanto se l’Europa saprà trasformarlo in volano industriale per recuperare il tempo perso.