Intervistato dal Time, il presidente americano non ha escluso che Washington possa acquistare partecipazioni nei due principali frontier lab statunitensi, seguendo il precedente creato con Intel. Per ora non esiste un accordo, ma l’ipotesi aggiunge un nuovo livello alla relazione sempre più stretta fra governo federale e industria dell’intelligenza artificiale.
Donald Trump non vuole nazionalizzare OpenAI e Anthropic, ma non esclude che il governo degli Stati Uniti possa diventarne azionista.
La distinzione è emersa nell’intervista concessa dal presidente americano al Time il 28 settembre e pubblicata il primo ottobre. Quando gli è stato chiesto perché Washington non potesse entrare nel capitale dei grandi laboratori di intelligenza artificiale seguendo il modello già utilizzato con Intel, Trump ha lasciato esplicitamente aperta la porta: “I might. Maybe I could do that”, aggiungendo di avere già realizzato diversi accordi di questo tipo.
Per il momento non significa che il Tesoro americano stia per comprare azioni di OpenAI o Anthropic. Non sono state indicate percentuali, valutazioni, modalità dell’eventuale investimento né un percorso legislativo per realizzarlo, ma l’idea non arriva dal nulla.
Il precedente di Intel
Il riferimento di Trump è il modello inaugurato con Intel. Nell’agosto 2025 il governo federale aveva trasformato miliardi di dollari di sostegno pubblico destinati al produttore di semiconduttori in una partecipazione azionaria vicina al 10%.
Il principio è semplice ma politicamente significativo: se Washington mette denaro pubblico in un’industria considerata strategica, può chiedere in cambio una parte del capitale e quindi partecipare all’eventuale aumento di valore dell’impresa.
Nel caso dell’intelligenza artificiale la questione assumerebbe dimensioni molto maggiori, perché OpenAI e Anthropic stanno raccogliendo quantità enormi di capitale per finanziare modelli, chip e infrastrutture e si preparano al confronto con il mercato azionario. Reuters aveva già ricostruito a giugno diverse formule allo studio per consentire agli americani di partecipare economicamente alla crescita dell’AI, comprese partecipazioni federali in cambio di finanziamenti pubblici.
C’è poi un dettaglio ancora più interessante: OpenAI aveva già discusso una possibile quota pubblica. A luglio il Financial Times, ripreso da Reuters, aveva riferito di conversazioni sulla possibilità di attribuire al governo americano una partecipazione del 5% in OpenAI, con l’ipotesi di estendere un meccanismo analogo ad altri grandi laboratori. Le discussioni erano ancora preliminari e non risultava alcun accordo concluso.
OpenAI aveva inoltre proposto la creazione di un public wealth fund attraverso il quale una parte dei benefici economici prodotti dall’intelligenza artificiale potesse essere condivisa con i cittadini americani. Anthropic aveva avanzato idee analoghe sulla redistribuzione dei benefici derivanti dall’AI.
Da regolatore ad azionista
È questo il passaggio che rende le parole di Trump più interessanti della semplice ipotesi finanziaria. Soltanto pochi giorni fa la Casa Bianca ha riunito OpenAI, Anthropic, Google, Meta, xAI e Nvidia per sottoscrivere il White House Accord on Super Intelligence, l’accordo volontario attraverso il quale le principali aziende americane dell’AI si sono impegnate a rafforzare controlli, audit e supervisione sui sistemi di frontiera.
Washington potrebbe quindi trovarsi contemporaneamente in almeno tre ruoli: cliente delle tecnologie AI, soggetto che contribuisce a definirne le regole e potenziale azionista delle aziende che le sviluppano.
Ed è qui che emergerebbe un problema di governance non banale. Un governo che possiede una quota di un frontier lab avrebbe infatti interesse non soltanto alla sicurezza e alla concorrenza del mercato, ma anche alla crescita del valore della propria partecipazione. Alcuni analisti hanno già osservato che questo potrebbe creare incentivi differenti rispetto a quelli di un regolatore completamente esterno all’industria.
È ancora troppo presto per sapere se Trump trasformerà quell’“I might” in una proposta concreta, ma dopo l’ingresso dello Stato nel capitale di Intel, l’idea che Washington possa diventare azionista anche dei grandi laboratori dell’intelligenza artificiale non appartiene più soltanto alla teoria.
E questo, a pochi giorni dall’accordo della Casa Bianca sulla superintelligenza, aggiunge una domanda alla già complessa relazione fra governo e frontier lab: chi regola un’industria quando lo Stato comincia ad avere anche un interesse economico diretto nella sua crescita?