Kristalina Georgieva descrive un’economia mondiale stretta tra shock energetico, debito pubblico e boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Nel lungo periodo l’AI potrebbe aggiungere fino a mezzo punto alla crescita globale ogni anno. Il problema è attraversare la fase intermedia, quando gli investimenti sono già enormi ma i guadagni di produttività devono ancora arrivare.

L’intelligenza artificiale potrebbe aggiungere fino a mezzo punto percentuale alla crescita mondiale ogni anno. In un’economia che viaggia intorno al 3%, significherebbe passare al 3,5% e, nell’arco di un decennio, aggiungere al prodotto globale l’equivalente di un’economia delle dimensioni dell’ASEAN.

È la parte più ottimistica del quadro tracciato dalla direttrice generale del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva a Singapore, nell’intervento che precede le riunioni annuali del FMI e della Banca Mondiale in programma a Bangkok dal 12 al 18 ottobre. Ma è anche quella che va letta insieme al resto del suo ragionamento, perché la crescita promessa dall’AI appartiene soprattutto al futuro, mentre una parte consistente dei suoi costi economici sta arrivando adesso.

Il FMI descrive infatti l’economia globale come sottoposta a due forze di segno opposto: uno shock negativo dell’offerta energetica e uno shock positivo della domanda legato all’intelligenza artificiale. Gli effetti sono molto diversi tra Paesi e, soprattutto, si stanno sovrapponendo a un terzo problema: livelli di debito pubblico che stanno riducendo lo spazio fiscale proprio mentre il costo del finanziamento aumenta.

Prima la domanda, poi (forse) la produttività

La distinzione temporale è importante. Nel breve periodo l’AI funziona soprattutto come un gigantesco programma di investimento. Bisogna costruire data center, produrre semiconduttori, installare server, ampliare le reti elettriche e acquistare energia. È domanda aggiuntiva che sostiene investimenti e attività economica, ma esercita contemporaneamente pressione su risorse già scarse.

Il FMI aveva già formalizzato questa dinamica a settembre: nella prima fase il boom della costruzione dell’infrastruttura AI rappresenta uno shock positivo di domanda, mentre nel lungo periodo l’aumento della produttività potrebbe trasformare l’AI in uno shock positivo di offerta. Il problema economico è ciò che accade tra questi due momenti.

Georgieva richiama non a caso la legge di Amara, secondo la quale tendiamo a sopravvalutare l’impatto di una nuova tecnologia nel breve periodo e a sottovalutarlo nel lungo. Ed è proprio nella transizione fra l’attuale boom degli investimenti e l’arrivo degli eventuali benefici di produttività che, secondo la direttrice del FMI, attraverseremo il periodo di rischio maggiore.

È un passaggio particolarmente significativo perché modifica leggermente la domanda che accompagna oggi la corsa all’AI. Non basta chiedersi se gli investimenti produrranno alla fine un aumento della produttività, bisogna chiedersi quanto capitale, energia e debito saranno necessari per arrivare fino a quel momento.

L’AI è già diventata una componente dell’economia mondiale

Le dimensioni raggiunte dal fenomeno aiutano a capire perché il Fondo monetario se ne occupi ormai come di una variabile macroeconomica.

Secondo Georgieva, gli investimenti globali nell’intelligenza artificiale in rapporto al PIL sono destinati a raggiungere, e probabilmente superare, quelli sostenuti nelle grandi fasi di costruzione delle ferrovie, delle reti elettriche e delle telecomunicazioni. Hardware AI e prodotti tecnologici collegati rappresenterebbero inoltre già più di un decimo del commercio mondiale di beni.

Ma anche questa crescita è fortemente concentrata. Stati Uniti, Cina e India stanno importando hardware per costruire capacità AI, mentre gran parte delle altre economie che occupano le prime posizioni nella catena del valore sono asiatiche e producono semiconduttori avanzati, memorie, macchinari per chip e robotica. Molti altri Paesi rimangono invece ai margini di questa nuova infrastruttura produttiva, con il rischio che l’AI allarghi anziché ridurre le differenze di crescita.

La corsa al compute sta quindi ridisegnando anche la geografia del capitale.

Il problema del debito arriva nel momento peggiore

Ed è qui che l’AI incontra il terzo elemento del quadro del FMI. Lo shock energetico ha contribuito a riaccendere le pressioni inflazionistiche e a spingere verso l’alto i rendimenti obbligazionari, mentre l’elevato debito pubblico limita la capacità dei governi di intervenire. Georgieva ha avvertito che il rapporto tra debito globale e PIL è destinato a superare presto il 100% e ha indicato negli elevati deficit e nei crescenti costi per il servizio del debito uno dei principali fattori di rischio per l’economia mondiale.

Il FMI aveva già segnalato come l’aumento dei rendimenti a lungo termine rifletta non soltanto le aspettative sui tassi delle banche centrali, ma anche le preoccupazioni degli investitori per l’elevato livello del debito e l’aumento dei premi a termine.

Il paradosso è evidente. L’economia mondiale dovrebbe finanziare una delle più grandi trasformazioni infrastrutturali della sua storia proprio mentre il capitale diventa più costoso e molti governi hanno meno spazio per assorbirne gli shock.

A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che la stessa AI aumenta la domanda di energia. La tecnologia che dovrebbe contribuire ad aumentare la produttività futura partecipa quindi, nella fase di costruzione della propria infrastruttura, alle pressioni su una delle risorse che stanno alimentando l’inflazione presente.

Il vero test viene prima del dividendo dell’AI

Il messaggio di Georgieva non è quindi che l’AI rappresenti una nuova minaccia per l’economia globale, anzi è quasi il contrario: il FMI continua a considerarla una delle poche forze capaci di modificare strutturalmente una traiettoria di crescita mondiale altrimenti piuttosto debole.

Il problema è il percorso necessario per arrivarci. Prima che l’aumento della produttività produca quel potenziale mezzo punto di crescita aggiuntiva, bisognerà finanziare data center, chip, reti elettriche e nuova capacità energetica. Occorrerà poi assorbire l’aumento della domanda di capitale, gestire gli effetti distributivi tra Paesi che partecipano alla catena dell’AI e quelli che ne rimangono fuori e farlo in un’economia nella quale debito, inflazione e rendimenti obbligazionari hanno già ridotto i margini di manovra.

Per questo la parte più interessante dell’intervento del FMI non è forse la previsione del +0,5% ma la distanza che separa quel numero dal presente.

L’AI potrebbe diventare uno dei grandi motori della crescita mondiale. Ma prima che il dividendo della produttività arrivi, qualcuno dovrà finanziare l’infrastruttura necessaria per produrlo ed è precisamente in questo intervallo che, secondo il FMI, si concentra oggi il rischio maggiore.