La sovranità digitale europea rischia di diventare una formula vuota se l’Europa continua a concentrare la propria capacità di calcolo in poche infrastrutture di dimensioni colossali, esposte a interruzioni energetiche, attacchi fisici e dipendenze tecnologiche difficili da sostituire. È questo il punto strategico emerso dall’audizione di AIIP, l’Associazione Italiana Internet Provider, presso la Commissione Politiche dell’Unione europea della Camera, nell’ambito dell’esame della proposta di regolamento europeo CADA, identificata nel documento COM(2026) 502 final. Il contributo di Andrea Valli e Giovanni Crispi ha portato al centro del confronto una questione che la politica industriale tende a trascurare quando misura la competitività digitale attraverso la sola capacità di calcolo installata: quanto è robusto un sistema nazionale se una parte essenziale della sua infrastruttura viene compromessa?

L’audizione, che ha coinvolto anche Anitec-Assinform, Angelo Borrelli del Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio, Francesca Bitondo di Microsoft e altri rappresentanti istituzionali e industriali, ha offerto una prospettiva diversa rispetto alla corsa europea verso le grandi installazioni dedicate all’intelligenza artificiale. AIIP ha insistito sulla necessità di distribuire territorialmente i data center, collegando la geografia delle infrastrutture alla sicurezza nazionale. Il ragionamento è concreto: quando le comunicazioni, i servizi pubblici e le attività economiche dipendono sempre più dal cloud, la localizzazione dei sistemi che elaborano e conservano i dati smette di essere una semplice decisione immobiliare o energetica. Diventa una scelta che incide sulla continuità operativa del Paese.

Il riferimento agli attacchi contro infrastrutture digitali nel contesto della guerra russo-ucraina e alle minacce rivolte ai data center statunitensi in Medio Oriente richiama una trasformazione già evidente nella competizione geopolitica. I centri di elaborazione dati non sono più soltanto edifici industriali protetti da sistemi antincendio e gruppi di continuità. Sono nodi dai quali dipendono capacità amministrative, finanziarie, militari e comunicative. La loro vulnerabilità può propagarsi ben oltre il perimetro fisico della struttura colpita. Occorre tuttavia distinguere fra gli episodi citati durante l’audizione e la loro ricostruzione documentale: senza una verifica indipendente degli eventi specifici, il riferimento ai bombardamenti di tre dei quattro data center e alle conseguenze sul sistema di comunicazioni russo non può essere assunto come un fatto accertato in ogni suo dettaglio. Il principio strategico sottostante rimane comunque valido: concentrare funzioni critiche in pochi siti aumenta il rischio che un incidente localizzato produca conseguenze sistemiche.

La questione diventa particolarmente rilevante nel momento in cui l’Europa sostiene la costruzione di infrastrutture di calcolo di scala sempre maggiore per competere con gli Stati Uniti e la Cina. Le cosiddette AI gigafactory promettono una disponibilità elevata di potenza computazionale, necessaria per addestrare modelli avanzati e sostenere applicazioni industriali complesse. Ma richiedono capitali ingenti e accesso continuativo a energia, reti e sistemi di raffreddamento. La concentrazione può generare economie di scala, semplificare la gestione e migliorare l’utilizzo delle risorse; nello stesso tempo, crea dipendenze territoriali e aumenta il peso di ogni singolo punto di guasto. AIIP ha contestato l’idea che la costruzione di grandi impianti debba diventare l’unica direttrice della politica europea, sostenendo invece una distribuzione più capillare delle capacità digitali.

Il punto non è stabilire che le gigafactory siano inutili. Sarebbe una conclusione tecnicamente fragile, perché addestramento dei modelli di frontiera e servizi distribuiti rispondono a esigenze differenti. Un grande cluster di acceleratori può essere indispensabile per attività che richiedono enormi quantità di calcolo coordinato, mentre molti servizi cloud, applicazioni aziendali e carichi di inferenza possono essere eseguiti efficacemente su infrastrutture più piccole, collocate vicino agli utenti o alle fonti dei dati. La scelta razionale consiste nel progettare un sistema nel quale le grandi installazioni convivano con una rete distribuita, evitando che l’intero sviluppo dell’intelligenza artificiale venga subordinato a un unico modello infrastrutturale. La resilienza, in questa prospettiva, non coincide con il numero degli edifici costruiti, ma con la capacità di mantenere attivi i servizi quando uno o più nodi diventano indisponibili.

Esiste anche una dimensione energetica che merita maggiore attenzione. L’espansione dei data center aumenta la domanda elettrica e può imporre nuovi investimenti nella generazione e nelle reti. Concentrare grandi consumi in aree ristrette rischia di aggravare i vincoli locali, mentre una distribuzione ragionata potrebbe consentire di utilizzare meglio alcune infrastrutture di trasmissione e distribuzione già disponibili. Non significa che ogni territorio disponga automaticamente di energia sufficiente o che un piccolo data center sia sempre più efficiente di uno grande. La convenienza dipende dal carico di lavoro, dalla connettività, dalla disponibilità energetica e dalla possibilità di gestire in modo coordinato le risorse. La pianificazione dovrebbe quindi valutare insieme capacità di calcolo, rete elettrica e rete di telecomunicazioni, anziché trattarle come dossier separati.

Particolarmente significativo è il richiamo di AIIP al ruolo delle piccole e medie imprese. L’esempio di Trentino DataMine, progetto che punta a collocare un data center in una miniera dismessa, mostra come il patrimonio industriale e territoriale possa offrire soluzioni differenti rispetto alla costruzione di nuovi complessi su larga scala. Un progetto di questo tipo non dimostra, da solo, la superiorità economica o ambientale del modello distribuito, che deve essere valutata attraverso costi, consumi, sicurezza e prestazioni. Dimostra però che l’innovazione infrastrutturale non nasce necessariamente dai maggiori operatori globali. Le PMI possono individuare opportunità locali, recuperare strutture esistenti e costruire servizi specializzati, a condizione che l’accesso al mercato non sia precluso da requisiti sproporzionati.

È qui che il tema del public procurement assume una rilevanza industriale. AIIP ha chiesto di ripensare le modalità con cui vengono affidati i servizi digitali della pubblica amministrazione, richiamando l’esigenza di introdurre condizioni che consentano anche alle PMI di partecipare alle gare. Nell’audizione è stato citato un bando di Ferrovie dello Stato per servizi cloud, pubblicato tra febbraio e marzo 2026, descritto come caratterizzato da un valore complessivo e unitario particolarmente elevato e da importi espressi in dollari. Per valutare compiutamente il caso sarebbe necessario esaminare la documentazione di gara, verificando importi, durata, oggetto contrattuale e struttura degli affidamenti. Il problema sollevato, tuttavia, è più ampio del singolo appalto: quando le amministrazioni aggregano acquisti di grandi dimensioni senza una motivazione tecnica adeguata, il mercato tende a favorire gli operatori capaci di sostenere costi finanziari, organizzativi e contrattuali molto elevati.

La suddivisione degli affidamenti in lotti può ampliare la concorrenza, ma non dovrebbe trasformarsi in un automatismo. Separare eccessivamente componenti strettamente integrate può aumentare i costi di coordinamento, rendere più complessa la gestione degli incidenti e frammentare le responsabilità. Il criterio dovrebbe essere la proporzionalità: consentire a imprese specializzate di competere per servizi definiti con chiarezza, mantenendo requisiti rigorosi in materia di sicurezza, interoperabilità e continuità operativa. Per le amministrazioni pubbliche, il vantaggio non consiste semplicemente nel distribuire opportunità contrattuali a un numero maggiore di fornitori. Consiste nel ridurre la dipendenza da un singolo operatore e nel conservare la possibilità concreta di sostituire un servizio senza dover riprogettare l’intera infrastruttura.

La proposta europea CADA rappresenta quindi un’occasione per affrontare una contraddizione che attraversa la strategia digitale dell’Unione. L’Europa vuole rafforzare la propria autonomia tecnologica, ma rischia di costruire nuove dipendenze se concentra capacità essenziali in pochi soggetti e territori. La sovranità non si misura soltanto attraverso la proprietà delle infrastrutture o la nazionalità del fornitore; si misura anche attraverso la possibilità di mantenere i servizi operativi, trasferire i carichi di lavoro e cambiare fornitore senza perdere il controllo dei dati e delle funzioni critiche. In questa prospettiva, la posizione di AIIP introduce un criterio utile per valutare la politica europea sui data center: la competitività richiede investimenti sufficienti per sostenere l’intelligenza artificiale avanzata, mentre la sicurezza richiede che nessuna singola infrastruttura diventi indispensabile al funzionamento dell’intero sistema. Il vero banco di prova del regolamento sarà capire se saprà conciliare entrambe le esigenze, senza confondere la grandezza degli impianti con la solidità digitale dell’Europa.