A Davos l’aria è sempre quella delle grandi promesse, ma quest’anno i numeri di PwC hanno il merito di riportare la conversazione su un terreno più concreto. La 29esima Ceo Survey presentata al World Economic Forum racconta un’Italia imprenditoriale che guarda al futuro con un certo sorriso sulle labbra, ma con le scarpe ancora un po’ impantanate nella realtà. Il 62 per cento dei Ceo italiani prevede una crescita dell’economia globale nei prossimi dodici mesi, in linea con il resto del mondo. Sull’economia di casa nostra l’entusiasmo si raffredda, ma resta comunque una fiducia diffusa che si riflette anche nei numeri di fatturato e margini, cresciuti più della media globale.
Fin qui, tutto bene. Il problema è che mentre l’ottimismo fa curriculum, la competitività oggi si gioca su un campo molto preciso: la trasformazione tecnologica. E qui l’Italia, secondo PwC, corre con il freno a mano un po’ tirato. L’intelligenza artificiale è sulla bocca di tutti, ma nella pratica resta spesso un progetto pilota, quando non una slide ben fatta. La maggioranza delle aziende fatica ancora a trasformare gli investimenti in risultati stabili e misurabili. Non è una questione di moda, è una questione di struttura.
Il paradosso è evidente. I Ceo italiani indicano la trasformazione digitale come priorità assoluta, più di quanto facciano i colleghi nel resto del mondo. Puntano molto anche sulla qualità dei management team e sulla capacità di innovare. Eppure, quando si va a vedere dove l’AI è davvero integrata nei processi, il quadro cambia. Dall’attrazione della domanda allo sviluppo di nuovi prodotti, dai servizi di supporto fino alla definizione della strategia, le imprese italiane mostrano ritardi sistematici rispetto ai benchmark internazionali. In pratica, tutti sanno che è la strada giusta, ma non tutti hanno ancora messo le scarpe da trekking.
C’è poi il tema dell’incertezza, che a Davos è quasi un ospite fisso. Un terzo dei Ceo, in Italia e nel mondo, ammette che il contesto geopolitico frena gli investimenti. Ma anche qui emerge una curiosa asimmetria. I manager italiani si sentono meno esposti ai conflitti rispetto ai colleghi globali e temono di più il cambiamento tecnologico, i dazi, i rischi informatici e la carenza di lavoratori qualificati. In altre parole, la geopolitica spaventa, ma non quanto il fatto di non riuscire a stare al passo con l’innovazione.
Sui dazi, per esempio, l’impatto viene percepito come tutto sommato gestibile. La maggioranza delle aziende italiane non vede effetti rilevanti sui margini. Questo contribuisce a mantenere un clima di fiducia, ma rischia anche di alimentare una certa sottovalutazione dei cambiamenti strutturali in corso. PwC lo dice in modo piuttosto chiaro: il vero ritardo non è tecnologico, è culturale e organizzativo.
I numeri sull’AI sono impietosi. Più di un quarto dei Ceo italiani ammette che nella propria azienda manca una cultura favorevole all’adozione dell’intelligenza artificiale. Quattro su dieci non hanno una roadmap chiara. Molti utilizzano strumenti di AI scollegati dai dati interni, come se si volesse fare alta cucina con il frigorifero vuoto. E quasi la metà giudica insufficienti gli investimenti per raggiungere gli obiettivi dichiarati. Il risultato è che l’intelligenza artificiale cresce come presenza, ma non come impatto. Solo una minoranza, a livello globale, vede benefici sia sui costi che sui ricavi. La maggioranza, per ora, aspetta ancora.
Eppure, quando l’AI viene integrata davvero, i risultati arrivano. Un’altra analisi di PwC mostra che chi la applica su larga scala registra margini più alti di quasi quattro punti percentuali. Non è magia, è metodo. Governance chiara, infrastrutture solide e una cultura aziendale che non tratti l’innovazione come un corpo estraneo.
Andrea Toselli, presidente e amministratore delegato di PwC Italia, lo riassume con una frase che a Davos suona come un avvertimento gentile: “il 2026 sarà un momento decisivo per l’intelligenza artificiale”. Chi è ancora in fase di studio rischia di pagare un prezzo competitivo molto alto. In un mondo che cambia così in fretta, non basta investire. Bisogna anche capire davvero in cosa si sta investendo.
Nel frattempo, le imprese italiane mostrano una notevole voglia di reinventarsi. Molte stanno già entrando in settori nuovi e una parte crescente del fatturato arriva da queste incursioni. Anche qui, però, il vantaggio resta fragile. Solo una minoranza si sente davvero più veloce dei concorrenti nell’innovare e più della metà giudica le proprie performance sotto le aspettative. A pesare sono strutture organizzative poco efficienti, difficoltà nell’attrarre talenti e una burocrazia interna che sembra resistere a qualsiasi aggiornamento software.
Alla fine dei conti, il ritratto che emerge dalla survey PwC è quello di un capitalismo italiano di buon umore, ma ancora un po’ in affanno. L’ottimismo c’è, i numeri in parte lo giustificano, ma la vera partita si gioca sulla capacità di trasformare entusiasmo e investimenti in cambiamento reale. L’intelligenza artificiale, in fondo, non chiede atti di fede. Chiede organizzazione, competenze e un certo coraggio nel rimettere mano a modelli che funzionavano benissimo ieri. A Davos lo hanno capito tutti. Metterlo in pratica, come al solito, è tutta un’altra storia.