Pechino continua a investire sulla ricerca scientifica con la determinazione di chi ha deciso che la prossima rivoluzione industriale non intende guardarla dagli spalti ma dal campo di gioco. Il progetto di bilancio presentato durante le sessioni legislative annuali ha fissato per il 2026 uno stanziamento di 426,42 miliardi di yuan, circa 61,8 miliardi di dollari, destinati direttamente alla scienza e alla tecnologia. L’aumento è del 10% su base annua, la crescita più alta tra i principali capitoli di spesa pubblica e un segnale piuttosto chiaro sulle priorità strategiche della leadership cinese.

Il messaggio politico è semplice quanto ambizioso. Innovazione scientifica e sviluppo tecnologico non rappresentano più solo strumenti di crescita economica. Sono diventati il pilastro della competizione geopolitica del XXI secolo.

Il grande obiettivo: l’indipendenza tecnologica

Il piano cinese non si limita a finanziare laboratori o università. L’obiettivo dichiarato è molto più ampio: raggiungere una vera autonomia tecnologica nei settori chiave dell’economia del futuro.

Nel rapporto presentato all’Assemblea nazionale del popolo, il premier Li Qiang ha parlato esplicitamente della necessità di rafforzare la capacità del Paese di realizzare “progressi rivoluzionari nelle tecnologie di base”. Il riferimento non è casuale.

Negli ultimi anni le tensioni con gli Stati Uniti hanno mostrato con chiarezza quanto possa essere vulnerabile un sistema industriale dipendente da tecnologie straniere. Le restrizioni americane sui semiconduttori avanzati e sulle apparecchiature per la produzione di chip hanno rappresentato una lezione geopolitica piuttosto efficace. E la risposta di Pechino è diventata una strategia sistemica. Investire massicciamente in ricerca, formare nuove generazioni di scienziati e costruire un ecosistema capace di sviluppare internamente le tecnologie critiche.

AI, 6G e cervello-computer: le industrie del futuro secondo Pechino

Le priorità tecnologiche indicate nel progetto di bilancio raccontano molto della direzione strategica della Cina. Tra i settori destinati a ricevere finanziamenti crescenti emergono intelligenza artificiale, energia avanzata, tecnologia quantistica, Internet satellitare, reti 6G e interfacce cervello-computer.

Una lista che sembra uscita da un laboratorio di fantascienza ma che, in realtà, rappresenta già la frontiera dell’innovazione globale. Il governo cinese intende creare meccanismi finanziari capaci di condividere il rischio degli investimenti in queste tecnologie, incentivando università, centri di ricerca e imprese a collaborare nello sviluppo di innovazioni radicali.

Qualcuno potrebbe osservare che molte di queste idee ricordano quelle già discusse nella Silicon Valley. Probabilmente si tratta di una coincidenza. Oppure di una dimostrazione di quanto il mondo della tecnologia sia diventato ormai una competizione globale a velocità sempre più elevata.

Un esercito di ricercatori

Il vero vantaggio competitivo della Cina non risiede soltanto nei finanziamenti pubblici. La dimensione del suo capitale umano rappresenta un fattore altrettanto decisivo. Secondo le stime presentate nel piano di sviluppo economico, il Paese dispone di oltre 80 milioni di professionisti qualificati, una cifra equivalente alla popolazione della Germania. Più di 10 milioni lavorano direttamente in attività di ricerca e sviluppo, mentre le università cinesi producono ogni anno oltre 5 milioni di laureati STEM nelle discipline scientifiche e tecnologiche.

Una macchina educativa di queste dimensioni trasforma l’innovazione in una strategia nazionale strutturale e non in un semplice progetto industriale.

La corsa globale alla ricerca

I numeri complessivi della ricerca cinese mostrano una crescita costante. Nel 2024 la spesa totale per ricerca e sviluppo ha superato 3,6 trilioni di yuan, pari a circa 2,69% del PIL, con un aumento dell’8,9% su base annua. In termini assoluti la Cina è ormai il secondo investitore mondiale in ricerca, subito dopo gli Stati Uniti che nel 2024 hanno superato i 993 miliardi di dollari.

Ma non è finita qui. Pechino intende accelerare ulteriormente. Il nuovo piano quinquennale punta a mantenere una crescita annuale della spesa in R&S superiore al 7% fino al 2030, consolidando la trasformazione dell’economia cinese in un sistema guidato dall’innovazione tecnologica.

Particolare attenzione viene riservata alla ricerca di base, il segmento più critico per le scoperte scientifiche radicali. Il budget destinato a questa area crescerà del 16,3%, con l’obiettivo di aumentare progressivamente il peso delle attività scientifiche più avanzate.

Il rischio europeo: perdere la partita dell’innovazione

La strategia tecnologica cinese solleva inevitabilmente una domanda, non tanto per gli Stati Uniti, saldamente in testa alla partita quanto per l’Europa. Il vecchio continente dispone di università eccellenti, centri di ricerca avanzati e una forte tradizione industriale. Tuttavia il livello degli investimenti pubblici e privati in innovazione resta significativamente inferiore rispetto a quello delle due grandi potenze tecnologiche globali, Stati Uniti e Cina. E questo è un tallone d’Achille non indifferente.

La differenza peraltro, non riguarda solo il volume dei fondi ma anche la velocità decisionale e la capacità di costruire ecosistemi industriali integrati tra ricerca, industria e capitale.

Se la Cina riuscirà a trasformare il proprio enorme bacino di talenti e investimenti in leadership tecnologica nei settori chiave come AI, quantum computing o infrastrutture digitali avanzate, l’Europa potrebbe trovarsi nel medio periodo in una posizione di crescente dipendenza tecnologica, una prospettiva che avrebbe conseguenze dirette non solo sulla competitività delle industrie europee ma che accrescerebbe ulteriormente il processo di deindustrializzazione in corso con impatti pesanti su economia, lavoro e società.