L’aula dell’Università di Lovanio, mentre Mario Draghi riceve la laurea honoris causa, non ascolta un discorso celebrativo ma una diagnosi piuttosto lucida, a tratti spietata, sullo stato dell’Europa. Il messaggio, semplificando senza tradirne il senso, suona più o meno così: il mondo è cambiato, le regole anche e l’Unione Europea rischia seriamente di restare con un manuale di istruzioni di un prodotto ormai fuori catalogo.
Draghi mette subito le carte sul tavolo. Il futuro dell’Europa, dice, potrebbe essere quello di un continente subordinato, diviso e deindustrializzato allo stesso tempo. Un tris che nessuno vorrebbe giocare, ma che diventa probabile se si continua a pensare che basti essere un grande mercato ben regolato per contare qualcosa nello scacchiere globale. Un’Europa incapace di difendere i propri interessi, avverte, difficilmente riuscirà a difendere a lungo anche i propri valori. E no, non è una frase da cerimonia accademica.
Il cuore del discorso è geopolitico, anche se passa dall’economia. Gli Stati Uniti, osserva Draghi, oggi cercano il dominio insieme al partenariato. Impongono dazi, minacciano gli interessi territoriali europei e, per la prima volta in modo esplicito, considerano la frammentazione politica dell’Unione funzionale ai propri interessi. La Cina, dall’altra parte, sostiene il suo modello di crescita esportando i costi sugli altri, controllando nodi critici delle catene globali del valore e trasformando le interdipendenze in strumenti di leva. In mezzo, l’Europa, che continua a credere nella cooperazione mentre il mondo riscopre la forza.
Draghi non indulge però nella nostalgia. L’ordine globale nato dopo la Seconda guerra mondiale, basato su regole, multilateralismo e istituzioni credibili, non era un’illusione. Ha funzionato, eccome. Ha garantito pace e prosperità, soprattutto a un’Europa che, sotto l’ombrello di sicurezza americano, poteva permettersi apertura economica e integrazione interna. Ma quel sistema oggi è, di fatto, defunto. O almeno sospeso. E anche se ammettere la sua fine definitiva è difficile, i fatti vanno presi per quello che sono, come ricorda Draghi con un riferimento simbolico alla biblioteca di Lovanio, distrutta due volte nelle guerre mondiali e ricostruita grazie anche all’aiuto degli Stati Uniti. La storia cambia, anche quando fa male.
Il punto di rottura, secondo l’ex presidente della Bce, arriva con l’ingresso della Cina nella Wto. Da quel momento commercio e sicurezza hanno iniziato a separarsi. La globalizzazione ha smesso di seguire il vantaggio comparato di Ricardo e ha iniziato a muoversi verso il vantaggio assoluto. Alcuni Stati hanno adottato strategie mercantiliste, imponendo deindustrializzazione ad altri e distribuendo in modo diseguale i benefici residui. Nel frattempo, la disuguaglianza è diventata un elefante nella stanza che nessuno voleva vedere. Il risultato è il contraccolpo politico che oggi attraversa le democrazie occidentali.
In questo scenario, Draghi rifiuta l’idea che l’Europa sia condannata. Le leve ci sono. L’Unione è il primo esportatore e importatore mondiale, il principale partner commerciale di oltre 70 Paesi. Le imprese europee controllano tecnologie strategiche come la litografia ultravioletta estrema per i semiconduttori, producono metà degli aerei commerciali globali e forniscono motori fondamentali per la navigazione mondiale. Ma la forza economica, da sola, non basta più. Pensare agli accordi commerciali solo in termini di crescita è un errore concettuale. Oggi il commercio è uno strumento strategico, una risposta temporanea a un mondo in cui sicurezza e scambi non coincidono più.
Da qui la domanda che Draghi pone senza troppi giri di parole. Vogliamo restare un grande mercato, soggetto alle priorità di altri, o vogliamo diventare una potenza capace di esercitare potere? La risposta, per lui, passa da una parola che in Europa continua a creare più allergie che consenso: federazione. All’Europa oggi serve potere e il potere richiede di passare dalla confederazione alla federazione. Non per ideologia, ma per necessità.
Draghi è pragmatico anche su questo. Dove l’Europa ha federato, come su commercio, concorrenza, mercato unico e politica monetaria, viene rispettata e negozia come un soggetto unitario. Dove non lo ha fatto, come su difesa, politica industriale e affari esteri, viene trattata come un’assemblea fluida di Stati medi, facilmente divisibile. Quando commercio e sicurezza si intrecciano, le debolezze superano i punti di forza.
Il riferimento alla Groenlandia diventa allora emblematico. La scelta europea di resistere anziché accomodare ha imposto una vera valutazione strategica, mappare le leve disponibili, riflettere sulle conseguenze dell’escalation e chiarire la propria capacità di agire. In altre parole, l’unità non precede l’azione, ma nasce dall’azione stessa. È un concetto che Draghi ribadisce più volte: la fiducia comune si costruisce prendendo decisioni insieme e condividendone i costi.
Il modello proposto è quello di un federalismo pragmatico. Fare oggi ciò che è possibile, con chi è disposto, senza perdere di vista la destinazione finale. È già successo con l’euro, quando chi era pronto è andato avanti, creando istituzioni comuni e una solidarietà che nessun trattato avrebbe potuto imporre dall’alto. Non tutti seguiranno subito, ma ogni passo deve essere orientato verso una federazione autentica, non verso una cooperazione più debole mascherata da compromesso.
Il discorso di Lovanio, al netto del tono misurato, suona come un avvertimento. L’ordine globale non è crollato perché ingenuo, ma perché incapace di correggere i propri squilibri. L’Europa ora deve scegliere se adattarsi restando spettatrice o agire diventando soggetto. Non è più una questione tecnica, né un dibattito da convegno. È una scelta politica di fondo, in un mondo che ha smesso di premiare chi aspetta.